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Policy and technology: a "longue durée" view

Caveat: this is another “off the top of my mind” posts.

“Correlation is not causation” is a concept well familiar to all analysts – and to policy analysts in particular. It is so mainstream that it has its own wikipedia entry. The web is full of examples of weird correlations.

However, can we say that the absence of correlation indicates the absence of causation?

Certainly not: there might be other factors in place that affect a phenomenon and thereby “hide” the correlation.

At the same time, the absence of correlation is a much more reliable sign of the absence of causation, than its presence. It is much more likely that no correlation is confirmed (after more in depth analysis) as no causation, than correlation is confirmed as causation.

I would even say (as a rule of thumb) that the majority of non-correlations turns out to be non-causation, while the minority…

View original post 7 altre parole

Sono stata cresciuta insegnandomi ad adattarmi e a far fronte a tutte le situazioni. La capacità di adattarsi e la flessibilità mi sono sempre state presentata come un valore, e sono sicura che lo siano. Sono quelle qualità che permettono di plasmarsi attorno al problema fino a non vederlo più, di assumere altre forme e superarlo, trasformarlo, farne addirittura un punto di forza.

Di sicuro aiutano a cavarsela superando una crisi o un momento di mutamento. Ti rendono inoltre capace di trovare da solo la soluzione migliore, senza stare troppo a chiedere o a contare sugli altri.

Rifletto però sul fatto che non sempre forse aiutano a vivere meglio, o a progredire. Io non mi sono mai accontentata. Eppure mi è sorta la paura di essere anche troppo adattabile: di essere così abituata a fare (solo) con ciò che ho a disposizione, che mi dimentico di ciò che voglio o che vorrei. Certo, aver cambiato 14 case in 16 anni non aiuta. E infatti ho in mente soprattutto tutto l’armamentario materiale attorno alle nostre vite, che però è quello che costituisce e delinea il nostro stile di vita e anche la nostra capacità di creare e fare, in una certa misura.

2014-09-02 17.30.37È questa involuzione? Nella sua lettura più negativa può essere una specie di sprofondamento nello status quo per cui si riesce a vivere con quello che si ha senza più ambire a meritare di più. Oppure, potrebbe essere solo l’estrema interiorizzazione del cambiamento continuo, che si propone come paura di investire nuovamente per poi dover smantellare. E la sensazione che l’investimento nel proprio entourage sia piuttosto uno spreco di energie. Credo sia semplicemente una delle varie facce e conseguenze della vita liquida. C’è chi, più giovane di me, non si porrà mai il problema, nemmeno alla mia età?

Non so, so solo che mi fa strano l’idea di avere una casa normale. Intendo, con delle COSE.

Sentiamo ormai continuamente che le tecnologie, i social media e i social network stanno modificando il modo in cui pensiamoapprendiamo e memorizziamo, ci relazioniamo e socializziamo, percepiamo il mondo e gli oggetti che ci circondano, con dirette conseguenze anche su modelli produttivi, lavorativi o governativi.

Ma quali dimensioni specifiche e concrete della nostra identità e quotidianità subiscono i mutamenti più significativi? Voi sapreste dire in cosa siete cambiati negli ultimi dieci anni?

Dalla struttura delle reti neuronali del cervello alle relazioni di coppia, dalla creazione di carattere e identità, al futuro del lavoro e del contributo umano nei futuri sistemi produttivi, qualche mia riflessione in questo articolo pubblicato su StartupItalia. Ne riporto qui sotto alcuni pezzi:

 

“I nostri cinque sensi sono messi alla prova e portati all’estremo da esperienze di realtà aumentata, mentre i confini tra mondo online, offline, reale e virtuale si affievoliscono. In che cosa questo influenza la nostra vita?

La struttura delle reti neuronali e l’intensità dell’attività celebrale sono modificate dalla dimensione online: il dibattito è aperto sulla capacità del web di renderci più o meno intelligenti, come dimostrano le tesi (opposte o complementari?) di Howard Rheingold Nicholas Carr. Si tratta di capire come cambino le strutture cognitive – il modo in cui organizziamo la conoscenza – e le capacità cognitive, come concentrazione, attenzione, e apprendimento, nel far fronte al sovraccarico informativo; o come le modalità di memorizzazione si trasformino, passando da un modello incentrato sulla singola informazione e sull’erudizione a uno capace di registrare percorsi, canali, strutture e link.

Quale tipo di intelligenza e abilità di ragionamento vengono stimolate nel passaggio da un modello di comunicazione prettamente scritto e verbale (e quindi lineare) a uno organizzato per ipertesti e dove immagine e video si ritagliano sempre più spazio rispetto al testo?

Ci sono poi gli aspetti pragmatici del linguaggio, legati alla scelta della modalità di comunicazione (sincrona o asincrona, scritta o parlata) tra email, chat, sms, e video chiamate: una serie di scelte che giustifichiamo spesso in base al carattere e al gusto di ognuno, ma che in realtà influiscono in prima istanza sulla costruzione di identità e  competenze sociali. Le conversazioni in tempo reale diminuiscono a favore di modalità asincrone, che garantiscano il pieno controllo delle parole o la perfettibilità della nostra presenza online. Parallelamente, infatti, cresce sempre più l’importanza della reputazione online nella costruzione della nostra identità, e l’influenza dei network di appartenenza, per imitazione, sul nostro comportamento.

«Connettersi non vuol dire conversare, e si conosce una persona solo tramite la conversazione [in tempo reale]» – spiega la psicologa Sherry Turkle in un’affascinante TED Talk e nel suo libro “Alone together“, mettendo in luce le contraddizioni tra un “self” aumentato e in costante rete attiva di relazioni, e un crescente isolamento in termini di empatia o costruzione dell’intimità. Questo triplo movimento tra moltiplicazione delle possibilità, necessità di connessione, e paura dell’intimità, è anche alla base del best-seller di Zygmun Bauman, “Amore liquido“ che analizza la crescente fragilità dei legami affettivi nel contesto della società “liquida”, certamente più ampio di quello della tecnologia, ma strettamente connessovi.

E ancora, aspetti psicologici legati alla risposta emotiva quali lo stress per iper-sollecitazione, il senso di ansia legato al fatto di essere o meno connessi, o la capacità di coltivare motivazione e resilienza in un contesto che ci abitua alla gratificazione istantanea del “click”.

Se ci si sposta invece a livello macro-sociale, si nota come i valori tipici dei modelli organizzativi e di comunicazione online – collaborazione, trasparenza, informalità e organizzazione orizzontale, disintermediazione, interattività e partecipazione, flessibilità – stiano progressivamente entrando nella cultura operativa di ognuno, fino a influenzare le aspettative dei cittadini circa responsabilità e ruoli di governi o multinazionali, e quindi tutta struttura sociale e organizzativa (a proposito, si legga “MacroWikinomics”, di Don Tapscott).

Le ICT ci stanno inoltre spingendo a ripensare il ruolo dell’essere umano nei futuri sistemi produttivi e lavorativi, dove l’automatizzazione oltre al lavoro manuale sta investendo progressivamente anche le attività intellettuali, comprese quelle meno semplici e routinarie. Quali quindi le abilità e le qualità intellettive inimitabili su cui si baserà in futuro il contributo umano? Creatività, persuasione, ironia, capacità di gestire l’imprevisto? Interessante a riguardo questo articolo di Annamaria Testa, uno studio della Oxford Martin School sul futuro dell’impiego e il best seller di Richard Florida “The Rise of the Creative Class”.

E infine, come tutto ciò influirà sulla regolamentazione del comportamento online? Quali direzioni dovrà seguire il legislatore a riguardo? Si sa ad esempio che la nozione di privacy e di ciò che rientra o meno nella sfera del pubblico/privato è destinata a cambiare, come del resto ha sempre fatto, in maniera progressiva e importante, nella storia dell’umanità.

La capacità di analizzare e individuare chiaramente secondo quali logiche – o semplicemente dinamiche, dato che si parla in larga parte di identità, sentimenti, emozioni, risposte istintive – deve essere molto più di un esercizio intellettuale e di supporto. È infatti proprio tramite queste informazioni che capiremo per cosa, in che modo, e fino a che punto le ICT potranno esserci di reale e utile supporto, o come le norme dovranno essere ripensate, capaci di riconoscere quei cambiamenti che rientrano in processi umani e in un respiro temporale ben più ampio che un paio di decenni.

Un ultimo consiglio infine, questa volta nostrano: di Giuliano da Empoli, “Contro gli specialisti. La rivincita dell’umanesimo“, di cui è disponibile anche una recensione di Luca de Biase.”

La grande bellezza

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La grande bellezza è un film a tante facce, che confonde in un gioco di specchi realtà, autenticità, cruda bellezza, e quell’illusione talmente perfetta da non poter essere più distinta, come tale, dalla bellezza pura.

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La prima cosa che ho pensato quando l’ho visto è che, oltre ovviamente alle differenze individuali, si sarebbe trattato di un film profondamente diverso a seconda di se a guardarlo si fosse trattato di romani, un italiani, italiani espatriati, stranieri. Un altro film.

Diffido delle capacità percettive di quelli a cui non è piaciuto…

È da poco stato lanciato il nuovo programma quadro di finanziamento della Commissione europea, Horizon 2020, che ha monopolizzato le mie giornate negli ultimi tempi, anche dal punto di vista della scrittura.

Essendo interessata all’innovazione portata dalle ICT non solo in termini di servizi e tramite tecnologie abilitanti, ma soprattutto in termini di processovaloriorganizzazione sociale, e modelli di business, ecco qui un articolo, pubblicato su StartupItalia, che raccoglie le informazioni più strategiche per quanto riguarda i fondi europei per tutto ciò che è imprenditoria digitale e innovazione sociale.

È stato scritto qualche mese fa, quindi alcune informazioni sono datate; ma non lo è il quadro generale.

Roma sta ospitando in questi giorni l’edizione europea della Maker Faire, dove si incontrano le idee di chi, tramite i nuovi processi e i nuovi materiali offerti dalla nuove tecnologie, racconta la voglia di produrre, (ri)creare e sperimentare sia nuovi prodotti che nuovi modelli di business. Protagonista assoluta della fiera è la stampante 3D. Era la prima volta che ne vedevo finalmente una (anzi, centinaia) in azione.

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Ma quindi vivremo in questo mondo di oggetti filamentosi, plasticosi e coloratoni?

La fiera era piena di bambini, chiaramente in visibilio. Guardandoli mi accorgevo di come, per loro, da quel preciso momento quella sarebbe stata la normalità. Per noi invece rappresenta l’ennesima rivoluzione di paradigma il cui impatto a livello pratico possiamo anche prevedere, ma che di fatto per me resta un po’ inafferrabile su tutta la dimensione più sensoriale e…ontologica.

La prima grande rivoluzione è ovviamente quella relativa alle filiere di produzione di massa, che lasceranno il posto a realizzazioni non solo “on demand“, ma anche individualizzate e personalizzate. Nella misura in cui questa tecnologia diverrà capillare (una stampante 3D in ogni casa, come fu per la televisione?), e dipendentemente dal tipo di oggetti che si potranno riprodurre, il futuro del mercato sarà molto differente. Contemporaneamente, la rosa di possibilità dell’esistente si moltiplicherà, se ognuno, secondo la propria fantasia ed esigenza del momento, potrà immaginaredare forma a un oggetto differente.

Ma è soprattutto un altro l’aspetto che ha attirato di più la mia attenzione, e ha a che vedere con la materia, e la pura essenza delle cose. Ho visto uscire dalle stampanti le imitazioni del legno, della pietra, del vetro. Ho visto materializzarsi un mondo personalizzato e su misura, ma anche, in un certo senso “snaturato“. Era il concetto stesso di materia a trasformarsi, là dove la sostanza della materia sembrava diventare secondaria a vantaggio delle sue caratteristiche: flessibilità, testura, luminosità, resistenza, trasparenza e, ovviamente, colore. In altre parole, si riproducono le caratteristiche della materia, ma non vi è più la materia stessa, vera…(una dissociazione che ricorda, mutatis mutandis, lo scollamento tra contenuto e supporto avvenuto con le ICT, alla fine dello scorso secolo, per i media…)

Niente materia da domare quindi, né scarti di materia. La materia nasce già domata, già altro da quello che rappresenta, come risultato e ricombinazione di altri materiali (derivati della plastica, o di origine vegetale, biodegradabili o idrosolubili…)

shoeInfine, l’altro grande cambiamento riguarda l’essenza del lavoro dell’artigiano. L’esposizione comprendeva una serie di attività attinenti più al mondo della produzione artigianale che a quello industriale e automatizzato. Per questo tipo di creazioni, non sarà più la mano dell’uomo l’intermediario tra la materia e l’oggetto; non sarà più la mano a plasmare, piegare, incastrare, assottigliare, tagliare, ma queste fasi della creazione saranno “incluse” nel design che la stampante implementerà. Certo, resterà sempre uno spazio per la fantasia e l’individualità nella rifinitura e nella decorazione, ma di fatto la creatività si sposterà sempre di più verso le fasi di progettazione astratta, scindendo il sodalizio secolare con la mano esperta.

Per tutti quei bambini, comunque, questi ragionamenti suoneranno tutti un po’ senza senso.

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Bambini impazziti con R2-D2 🙂

Ho rispolverato dopo tanti anni alcuni film neorealisti, e qualche giorno fa ho rivisto Roma città aperta. La natura diversa delle emozioni che ho provato a fronte della tragicità degli eventi narrati, mi ha generato una piccola riflessione sulla stimolazione di alcuni nostri meccanismi emotivi (e sulla maniera in cui generiamo e viviamo le nostre emozioni).

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Quello che mi ha colpito di più è stata la capacità, in quel tipo di film, di rendere il dettaglio fattuale di un episodio violento e di scandagliarne la profondità emotiva, pur senza, di fatto, mostrarla esplicitamente: meccanismi come l’ellissi, l’associazione, o il sottointeso, paradossalmente portano comunque lo spettatore a discernere molto distintamente la paura, l’amore, l’onore, la perdita, il dramma, e il dolore, anche fisico, vivendo le emozioni dall’interno.

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Lo spettatore riesce a immaginare nei minimi dettagli la vita interiore dei personaggi, l’excursus emotivo retrostante il fatto e il trascorso drammatico sui loro corpi, pure senza accedere visivamente ai particolari. Quindi di fatto questa (non)rappresentazione genera e nutre un atteggiamento e un moto naturale di empatia, riducendo la violenza, soprattutto di guerra, al nonsenso che è [1].

Questa estetica è completamente diversa da quella attuale predominante, dove la violenza, gratuita, è diventata progressivamente un fine in se stesso, con l’obiettivo di rifornire la nostra asettica società post-industriale (post-bellica, post-ideologica, post-familiare, ecc….), assetata di emozioni forti, con emozioni artificiali e artificiose; fino agli estremi di una vera e propria estetizzazione della violenza.

È una violenza che diventa lei stessa fonte dell’emozione, ma lo fa trasmettendo un asettico, poco qualificabile impeto emotivo, artificiale appunto, caratterizzato solo da intensità e non da qualità.

Questo tipo di rappresentazioni

provocano una sensazione di potente carico emotivo, dove però il sostrato umano che compone l’episodio – e quindi l’emozione vera, e l’empatia – rimane in realtà offuscato.

Il soggetto, il suo percorso, il dolore, raramente ci raggiungono. Il colore dell’emozione, così come la storia dell’essere umano, restano indistinguibili. Noi sentiamo (è l’obiettivo), ma non necessariamente dobbiamo disturbarci a sentire l’altro.

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L’estrema, metodica, chirurgica messa in scena della violenza delle rappresentazioni attuali e soprattutto dell’estetica hollywoodiana (sto pensando per esempio alla Passione di Cristo di Mel Gibson), lungi dal creare vicinanza, annulla la sensazione e la comprensione della violenza stessa, che resta un mero mezzo.

Si sa che viviamo in una società ovattata, sempre meno abituata a gestire la complessità e l’intensità delle emozioni reali, soprattutto quelle negative, ma che è alla ricerca incessante di emozioni forti; e che si basa dunque su un’economia delle emozioni fittizie per compensare il proprio vuoto emotivo.

Questo meccanismo portato all’estremo – ovvero applicato a persone dall’infima educazione emotiva e/o con problemi di esclusione sociale – può rendere conto di episodi di cronaca come questo? (link all’articolo); tanta è la “noia” e l’anestesia che si arriva ad uccidere per sentire qualcosa. Di fronte a queste cose arrivo a pensare (orribilmente) che per certe coscienze solo una cosa come la guerra possa essere in grado di ristabilire un senso di realtà, misura e presenza a se stessi. Un po’ semplicisticamente mi viene da dire che in realtà stiamo forse ancora troppo bene, e siamo ancora sufficientemente anestetizzati dalla nostra culla di benessere – seppure le mura di cinta del nostro impero si stiano sgretolando, e nemmeno tanto lentamente.

[1] Deleuze distingue non a caso tra violenza dell’immagine – in grado di scalfire il nostro sistema di credenze e incentivare la riflessione, l’interrogativo, il dubbio – e immagine della violenza, che ripropone letteralmente la violenza per quello che è, tramite immagini. La mia riflessione tuttavia non corrisponde perfettamente a questa opposizione, in quanto non parlo tanto dell’immagine della violenza di per sé, ma del suo uso estetico e strumentale…

La gente oggi sa vivere solo in società. Non in comunità. L’anima della società è la legge. L’anima della comunità è l’amore (Rossellini, 1963)

Ho appena avuto modo di vedere My voyage to Italy (1999), un documentario firmato Martin Scorsese, dove il regista americano, nipote di siciliani emigrati nei primi novecento, ci accompagna attraverso i luoghi della sua infanzia. I luoghi sono però film e fotografie; e il mondo a cui si riferisce, è quello del neorealismo. Purtroppo non sono sicura che in Internet si riesca ad accedere al documentario completo.

La forza del racconto sta tutto nella prospettiva di Scorsese che, soppesando con consapevolezza immedesimazione emotiva (in quanto discendente di emigrati) e distacco critico (da professionista e americano), riesce ad assicurare un solido ponte culturale tra le immagini e i ritmi narrativi del neorealismo, non sempre accessibili, e la possibile distanza culturale e/o generazionale dell’audience.

Si sa che l’opinione di chi, oltre al giusto distacco oggettivo, ci vuole anche bene, ha un certo valore aggiunto: di solito queste persone riescono insegnarci o a farci vedere cose di noi stessi, spesso positive, che o diamo per scontato, o ci restano del tutto invisibili. Scorsese riesce un po’ a fare questo, ed estrae una quintessenza caratteriale e umana che per gli italiani potrebbe essere in parte scontata:

If you ever had a doubt about the power of movies to effect change in the world, to interact with life in fortifying the soul, then study the example of neorealism. So what was neorealism? Was it a style? Was it a set of rules? Or more than anything else? It was a response to a terrible moment in Italy’s history.

When the war ended in 1945 the Italian film industry was a shamble. So Italian film-maker were sort of on their own, with very precious few resources and the nation of Italy itself needing to be reborn.

How would the film industry, which was in a state of complete disarray come to play such an important part in this rebirth? How did they come to represent an entire people desperate, to redefine themselves, after 20 years of fascism, and the devastation of war?

Desperate times, require desperate measures.

Ed è evidente quanto il neo-realismo vada ben oltre uno stile cinematografico o artistico, ma sia stato piuttosto un’attitudine mentale e una risposta creativa che nello specifico passa per una riappropriazione della realtà – intesa come concretezza, verità, e ridefinizione delle priorità, dopo 20 anni di mistificazioni e dissimulazioni. Difficile non azzardare confronti tra il clima economico, culturale e psicologico del dopo-guerra, e quello attuale.

I punti di risonanza che ho percepito più fortemente dalle parole di Scorsese, soprattutto rispetto a quelle che sono le tendenze dell’Italia di oggi, riguardano le dimensioni della rappresentazione della realtà; della consapevolezza e statura morale; della rappresentazione e definizione della propria identità di popolo, anche rispetto al mondo; della creatività, del metodo di lavoro e di risoluzione dei problemi. Riporto semplicemente le parole di Scorsese, suddividendole per temi:

Realtà e fantasia

It is amazing when I think now, that in same day I might have seen at the cinema a western – a perfect, easy, simple story; a fantasy – and once home, on TV, Paisà. Those places did not look like sets. In Paisà there was no fantasy. Nothing is artistically embellished or enhanced. Everything seems to be simply unfolding, as a life. These films were part of an explosion called “neorealism” that was shaking up how film goes all over the world. After neorealism, nothing would ever been the same again.

So neorealism was not just a question of making the best out of a bad situation, although there was that too. No sets? Use real location; no money to pay real actors? Use no actors. And since the people in the places would come right out of the landscape, so were their stories. Of course there were also sets and actors also in these films, but what is more importanti is that for the first time, illusion took a back seat to reality.

A neorealist had to communicate to the world all what that country had gone through. They needed to dissolve the barrier between documentary and fiction, and in the process, they prominently changed the rules of movie-making.

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Necessità morale e identità

A real neo-realist director did not just want to make these film. He had to make this pictures. Beyond anything else, neorealism came to exist out of a mourne and spiritual necessity.

Alltogether, these movies amounted to a prayer, at the rest of the world to look closely to the Italian people, and see their essential humanity. That’s why they had to be truthful.

Open city [Roma città aperta] became a world-wide success, a phenomenon. At the time, Life magazine wrote that that film helped Italy to regain the nobility that had lost under Mussolini. In a way, Open City became the new Italian embassador to the world.

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Metodo

Some critics and historian consider Paisà to be the purest form of neo-realism. Fellini – who was one of the assistant in Paisà – said that Rossellini did not want to be tight to his script. He was in search of something that he can only get by leaving himself open to every possibility.

E quindi? Cosa è successo alle menti degli italiani dopo questo momento di rinascita e innovazione, quando imparare (strada) facendo era possibile (non ti chiedevano 10 master), sbagliare era legittimo (“fail fast, succeed sooner”), e rischiare uno stile di vita?

E’ sicuramente emblematico che dopo aver visto Umberto D. (non a caso uno dei film che segnano la fine del neorealismo), l’allora ministro alla cultura, un tale Giulio Andreotti, pubblicò una lettera aperta nella quale dichiarava di opporsi al neorealismo, in quanto “i panni sporchi non andavano lavati in pubblico”, e invitava De Sica e i suoi colleghi registi a essere più ottimisti.

E così cominciò un’altra storia, condita da un sapiente dosaggio di buonismo, consumismo e terrorismo, e da una corsa spasmodica e ossessiva verso una vita sempre più divertente, rilucente e irreale, dove sbavature e scivoloni non erano ammessi, e che raggiunse il culmine della sua rappresentazione nelle reti Mediaset…

E quindi…to be continued!

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Si dà il caso di una persona qualificata e competente, più o meno mia coetanea, mia conoscenza di lavoro, che lavora ininterrottamente in regione da almeno quattro/cinque anni, a progetto, con un agonico e striminzito contratto annuale che necessita annuale rinnovamento – sì perché si sa che la regione non apre i concorsi da quel dì.

Si dà il caso che mi venga segnalato un bando pubblico della mia esimia e distinta regione, un bel po’ pertinente al mio ambito di lavoro! Praticamente quello che facevo lassù al nord, ma a livello regionale. Beh, a dir la verità i requisiti sono alquanto restrittivi. Anzi, molto, molto restrittivi. Va beh. Ma esisterà il buon senso, no?

All’uscita dei risultati, qualche settimana dopo, con stupore vedo non solo che la persona che ha vinto è quella mia conoscenza di lavoro; ma che dei 6 candidati, solo a quella persona erano stati riconosciuti i requisiti minimi per poter essere valutato (ovviamente col massimo dei voti). Ora, non credo che gli altri abbiano spedito una candidatura col CV di paperino, e il mio di sicuro non lo era in quanto ad esperienza; risulta quindi un bel po’ strano che i restanti 5 candidati siano tutti stati considerati, non dico insufficienti o successivi in graduatoria, ma proprio non valutabili e pertinenti: “N.V.: mancanza dei requisiti di accesso previsti dal bando – titolo di studio ed esperienza professionale attinente”. Erano effettivamente molto restrittivi quei requisiti…

Non sono per l’eliminazione dei concorsi, in via di principio, perché pur nella manipolazione riescono (forse?) a garantire una certa quota di merito e pari opportunità. Ma d’altra parte, ha senso il sistematico aggiramento dell’obbligo del bando, con la creazione di requisiti contro ogni buon senso HR (in quanto immotivatamente restrittivi) e di conseguenza non soddisfacilbili?

Avrebbe senso invece superare questa anacronistica e ipocrita procedura dei bandi, laddove, come in questo caso, si parli di consulenze pluri-annualmente rinnovate e motivate da effettiva competenza del personale assunto?

E poi mi pare che tutto si riduca una guerra tra poveri: da una parte chi perde tempo (e i soldi della raccomandata :-)) pensando che esista una competizione; e dall’altra parte un precario lì da anni che ogni anno deve rinegoziare la sua posizione, il tutto per un mantenimento delle apparenze e l’incapacità di legittimare la sostanza delle cose.

Qual è la logica che sottende alla sopravvivenza di meccanismi così sfacciatamente superati e riconosciuti limitati? Dato che il bando pubblico non è certo garanzia di trasparenza, perché la pubblica amministrazione non deve essere in grado di fare contratti temporanei per competenze specifiche di cui ha bisogno?

(A chi potesse pensarmi ingenua, vorrei solo dire che questo post non nasce dal mio candido stupore di fronte alle logiche della terra natìa. Ma, al contrario, dalla deliberata e consapevole scelta di mantenere, nonostante la scontatezza, lo sguardo del marziano).

Quando penso al concetto di gestione e percezione dello spazio pubblico la prima cosa che mi viene in mente non sono complicati concetti socio-politologici tipo “governance”, “empowerment”, “partecipazione”, “responsabilità condivisa”, “ownership”, ecc… Sono invece due semplici immagini.

La prima è quella di un vecchietto – con tipico cappello in feltro (stile “Borsalino” per intenderci) e completo di lana, sul marrone, che ripara una panchina o un qualche altro oggetto in luogo pubblico. Ne ho visti più di uno nella mia vita tra Ravenna e Bologna.

La seconda è più personale. Quando ero bambina, a casa di mia nonna, in uno di quei quartieri di case indipendenti spuntate negli anni ’50, vedevo sempre le vecchiette – rigorosamente col fazzoletto in testa – che spazzavano il marciapiede. Alcune più che altro davanti casa loro, altre spingendosi varie case più in là, lungo la via.

Oggi ho beccato mia nonna, 93 anni…

– Nonna, ma spazzi sempre il marciapiede?

– Quando vedo sporco, vado a pulire. Fa parte del tuo cortile. [Ma come fa parte del cortile…mi chiedo :)]

– Ma lo dovrebbe fare lo spazzino, perché lo fai te? [domanda volutamente provocatoria]

– Ma sì, passa anche lo spazzino, ma poi vede che è sempre pulito e allora non fa niente.

– Sì, ma allora, perché lo fai? – Ma perché lo fanno tutti; perché il mio deve essere sporco. Oggi c’erano tutte le foglie del glicine… Poi se uno non ha il tempo non discuto, ma se uno ha tempo…

Due immagini molto semplici, forse troppo, che mettono in scena una certa “conformazioneculturale molto precisa – che poi mi chiedo se sia basata più su un fattore generazionale, o culturalre-regionale. Ma la domanda che continuo a pormi è perché resta così difficile attivare o promuovere a livello sociale modificazioni comportamentali virtuose e di responsabilità sociale, dal momento che i meccanismi di psicologia sociale (in questo caso, per esempio l’emulazione, o la riprovazione sociale) alla base di certi comportamenti sono conosciuti così bene…

nonna che spazza