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Archive for marzo 2013

Oggi, festa della donna

Il termine femminismo non mi è mai piaciuto del tutto, non so perché, ma forse perché come tutti gli “ismi” mi ha sempre dato l’idea di implicare una qualche preferenzialità, o perché ancora non riesco a non associarlo a certe modalità di manifestazione che non condivido e che considero troppo rigide. Ma al di là di disquisizioni linguistiche e del perché io abbia sviluppato questa sensazione (di cui per altro non vado necessariamente fiera) rispetto a questa parola, il linguaggio non è che una convenzione, e allora, di fatto, un termine vale l’altro. E quello che diventa importante è quindi capire cosa associare, oggi, a questa parola.

Di tutte le barriere che di fatto ancora impediscono alle donne di raggiungere una reale parità nelle opportunità e nella relazione col mondo maschile, una delle più insidiose, in quanto tra le più dissimulate, mi pare essere ancora il rischio di interpretare la parità secondo una serie di escamotages d’apparenza, e non nella sua sostanza; laddove la sostanza implica il rispetto delle caratteristiche intrinseche, e non l’applicazione abietta e ripetitiva di regole che ascrivono il comportamento in una matrice unica, sia essa tradizionalista, o progressista, o femminista.

Siamo ancora lontane dal riuscire a interpretare la parità nella sua dimensione di diversità e libertà. Sento forte il bisogno di liberarci (sia donne che uomini) ancora da categorie ed etichette; di poter andare in fondo alla femminilità ed esprimerla ritrovandone la sua essenza naturale, che possa essere una combinazione libera di tradizione e progresso, laddove gioco e seduzione, libertà e consapevolezza riescano a completarsi e ad intrecciarsi. La riflessione sulla sostanza della parità diventa quindi importante…

…per squarciare quel velo di falso progressismo che maschera l’oggettificazione del corpo femminile da liberazione sessuale (in televisione e sui giornali, in discoteca, per strada); e che fa passare la messa in scena di immaginari erotici di impronta maschile per una scelta consapevole e “liberata” al femminile;

…per superare quell’organizzazione del lavoro che è ancora specchio di un modello sociale e familiare patriarcale basato su una rigida divisione dei ruoli, e adeguarsi a ritmi e impegni di madri lavoratrici, o di padri che vogliano passare più tempo coi loro figli;

…per riappropriarci del nostro diritto a diventare – o a non diventare – madre, per scelta e consapevolezza della nostra femminilità, della nostra vocazione e secondo in nostri ritmi interni. E non sulla base di mistificazioni sociali che mortificano il senso della maternità, che ci persuadono che non c’è fretta e diventare madri per la prima volta dopo i 40 anni è una cosa perfettamente normale (di fatto minimizzando l’impatto della precarietà); o peggio, che cercano di convincerci che la maternità è una scelta e un’esperienza come un’altra (alla stregua dell’accettazione o meno un lavoro, per esempio) e quindi tranquillamente rinunciabile senza conseguenze. Perché non è paritaria una società in cui un bambino viene percepito come un lusso; e perché i mesi di maternità devono venire accolti  da un datore di lavoro non solo come una cosa normale, ma anche come un avvenimento felice che contribuisce alla completezza personale di una donna (se non alla sua efficienza professionale, come molte dimostrano molte donne!);

…per non dover più ridurre la discussione, in materia di aborto, ad una semplice questione etica, che porta a dividere di fatto le donne in “moraliste” o “liberate”, e affrontare invece la complessità di questa possibile esperienza tenendo conto della molteplicità di condizioni ed emozioni che la compongono e la determinano, riflettendo quindi sulle condizioni che mettono una donna nelle condizioni di scegliere liberamente (welfare, per esempio);

…per non osteggiare le nozioni di genere e identità sessuale fino al punto di appiattire, di fatto, quel gioco di ruoli e seduzione che rende speciale e complementare il rapporto tra un uomo e una donna.  Certo, far convivere questo con un’educazione delle bambine e dei bambini capace realmente di stimolare i loro gusti e personalità al riparo da archetipi e stereotipi, mi rendo conto, resta forse tra le sfide più grandi al momento (per esempio io non ho ancora un’opinione chiara riguardo alle esperienze scandinave degli “asili senza sesso“);

…per interpretare la lotta femminista come qualcosa di più di un retorico seno nudo in segno di protesta.

…per a trovare, nel nostro percorso professionale, quelli che sono i nostri metodi espositivi, le nostre associazioni di pensiero, il nostro linguaggio, il nostro stile, e anche il nostro abbigliamento, senza prendere per forza come punto di arrivo e riferimento la modalità maschile.

Quale sarebbe il riflesso su politiche e organizzazione sociale se alle tradizionali metodologie di valutazione dei progetti, per esempio, aggiungessimo altri tipi di indicatori, i nostri, basati sulle nostre differenti intuizioni, sensibilità e priorità? A questo proposito mi hanno colpito un paio di pensieri, entrambi scritti da uomini, che per me colgono bene alcune di queste sfumature da valorizzare e coltivare:

Se c’è qualcosa che va fatto fuori dall’ordinario e senza indugio, non perdere tempo con gli uomini; gli uomini lavorano secondo le regole e le leggi. Cerca le donne e i bambini. Loro lavorano secondo le circostanze (W. Faulkner)

L’intuizione di una donna è molto più vicina alla verità della certezza di un uomo.
(R. Kipling – non certo un femminista; ma ho deciso di fermarmi al messaggio che è arrivato a me).

L’interpretazione della diversità è un processo in fieri, fatto di confusioni, sovrapposizioni, contraddizioni e sperimentazioni, da cui nessuna è ancora esente, credo.  Tuttavia, una dimensione importante, nuova, si sta aggiungendo alla narrazione femminista e alle sfumature delle definizioni e delle lotte per la parità di diritti e opportunità: gli uomini (che in Italia sono scesi in piazza, per esempio per la manifestazione “Se non ora quando”).

La carica narrativa degli uomini a fianco delle loro compagne non necessita di troppe didascalie, e a questo proposito lascio parlare le immagini della campagnaThe uprising of women in the Arab world, dove centinaia di uomini e donne da tutto il mondo arabo (ma non solo) hanno inviato una loro foto con scritti i motivi della loro adesione alla protesta. In un contesto, come quello arabo, senza quasi nessuna specifica tradizione femminista, assistiamo a una nuova, allargata interpretazione del concetto, dove le voci di uomini e donne si alternano allo stesso livello. Non è che ci stanno superando?

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Jina & Hani from Syria: I’m with the uprising of women in the Arab world, because
She = He.

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Mustafa and Ahmad from Yemen: We are with the uprising of women in the Arab world because they are an inseparable part of us all.

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Ahmad from Lebanon: I’m with the uprising of women in the Arab world because without it, the uprising of the human in the world would remain an orphan.

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Quando dico di voler rimpatriare, il feedback che ricevo più spesso è riassumibile in:Sei pazza? Restatene lì! Perché, non stai bene lì?!!”

L’estate scorsa – quando in pieno luglio indossavo il trench e un foulard non leggero – in facebook hanno postato la vignetta qui sotto, e il primo pensiero che ho avuto è stato: “ma che ne sai tu. Ma allora, perché non te ne parti, tu?

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O ancora: “Ma dai, non è poi così brutta Bruxelles. Io ci sono stato un weekend e non mi sembrava male. La Grand Place, poi, è molto bella”.

Questa è l’altra frase che ho sentito più di frequente, sempre da persone che sono state a Bruxelles solo di passaggio. Invocare la Grand Place a redenzione della bruttezza, è come dire di una persona sciatta e trasandata che, dai, però porta al dito un anello antico molto pregiato e bello. Questo fa forse di lei una persona armonica con cui vorresti condividere la tua vita?

Non vivo nel mondo dei sogni e so che l’Italia è faticosa, frustrante, deprimente, e che carica di rabbia e senso di impotenza. Ma allora mi rivolgo a te, persona per cui “l’estero” resta un concetto unico, sinonimo di “cool” e cuccagna: lo sai che cosa vuol dire andarsene e restare via anni? Ma soprattutto, lo sai quello di cui dispongono davvero gli italiani in Italia? No, non sempre lo sai.

Lo so che, come quasi tutti gli italiani, conosci e apprezzi quello di cui quotidianamente condisci la tua vita; perché lo cerchi e ti piace. Solo che non puoi immaginarti che altrove ciò non esista, o che si possa vivere facendone a meno. Perché quello che l’Italia ha, è per te qualcosa di tanto intangibile quanto il sapore dell’aria che respiri. Tanto necessario quanto scontato; incommensurabile, ma disponibile.

Ma devi sapere che quello che per te è quotidiano, per il resto del mondo è un extra; o un lusso; o nei casi più beceri, è considerato un insignificante superfluo senza valore aggiunto. Perché credo che se davvero gli italiani si rendessero conto della loro fortuna, non perderebbe tempo, in politica, a fare i capricci dell’asilo.

Sei in grado di immaginare cosa vuol dire non vedere il sole per più di venti giorni di fila? Non sto chiedendoti di dirmi se ti piacerebbe, ma se sei in grado di simulare l’effetto che grigio, freddo e pioggia, sempre, produrrebbero alla tua neurochimica – nonché alla natura attorno a te.

Immagina: gradualmente sottrai il calore. Poi diluisci sapori e colori. E infine, abbassa lo sguardoirrigidisci il movimento del corpo. E poi vivi, così. (E poi chiediti perché è ovvio che nei paesi del nord funzioni tutto…).

Sei grado di immaginare uno stupore o un senso di straniamento davanti allo schiarirsi di un cielo verso l’azzurro? E di renderti conto che i tuoi occhi non sono più abituati alla luce del sole? (Una volta guardai con un po’ di compassione quel mio collega finlandese che, un giorno d’estate, decise di non seguirci a mangiare in terrazza, perché in mancanza dei suoi occhiali da sole non sarebbe riuscito a sopportare il sole – belga poi. Con orrore, ora avverto sintomi simili…)

Ti piacciono le quattro stagioni? Il ciclo della natura che porta a rigenerarci in primavera ed estate? Qui ce ne sono solo due: autunno e inverno, e il tempo (cronologico) diventa come immobile.

Tu, che in Italia con 10 gradi ti metti il piumino, lo sai che qui la temperatura media estiva è di 15 gradi? E che a volte c’è chi accende il riscaldamento ad agosto? No, non abito nell’emisfero australe. Tu, donna, ti piace d’estate ritrovare il tuo corpo in un vestitino leggero, sbracciato e dai colori accesi? E ti piace il colore e l’odore della tua pelle abbronzata dal sole? Dimenticati il guardaroba estivo, e anche la tua pelle, perché la vedrai solo tra le mura di casa.

Ti piace il profumo della primavera e l’atmosfera delle serate estive, e la spiaggia? E il profumo del mare? Qui il mare è color petrolio stinto, e troppo freddo e ventoso per fare il bagno. Le feste e gli aperitivi in spiaggia non esistono.

Ti piacciono l’aria aperta, gli aperitivi in piazza, le terrazze estive dei ristoranti? Lo spazio esterno qui ha solo funzione di trasporto e connessione tra due punti. Gli incontri e la vita si svolgono negli interni.

Ti piace cucinare e scegliere con cura gli ingredienti di base? Sempre che tu li riesca a trovare questi ingredienti, qui certi piatti ti verranno sempre e comunque male. Ti piacciono le verdure? Ho sfidato mia madre, donna meridionale, a cucinare le zucchine qui. Anche a lei si sono decomposte, passando senza stadi intermedi dallo stato legnoso a quello spappolato.

Ti piace raccogliere il basilico direttamente dalla pianta che hai sulla finestra, o meglio ancora nel giardinetto degli odori? E fare quel bel sughetto coi pomodorini freschi? Scordatelo. Il basilico muore, e in padella, del pomodoro, ti resteranno solo le bucce.

E quando sei per strada e hai voglia di spizzicare qualcosa mentre passeggi, cosa mi dici di tigelle, piadine, focacce, pizze al taglio, supplì, arancini, panelle, stigghiole e sfincioni? Potrai sostituirli con kebab, gaufres o cartocci unti di patatine fritte nel lardo. E basta. E solo fino a mezzanotte. Se no ti devi sedere a un ristorante (e solo fino alle 22).

E l’architettura, la noti ancora nella tua città? Tu, che ogni volta che cammini per le strade del tuo paese o città – per Firenze, Bologna, Roma o Lecce – e forse dai per scontata questa immersione in luoghi dal valore storico e artistico, non sai che solo con lo sguardo stai traendo la tua energia dalla bellezza…E sono sicura che c’è almeno un angolo della tua città che ti ispira romanticismo, poesia ed emozioni; sapresti trovarmene uno (dico uno) a Bruxelles?

E ora, amiche femministe, non leggete male, ma cercate di cogliere la sfumatura e la gradualità che voglio trasmettere, perché ciò che sto per dire è forte dell’appoggio della maggior parte delle donne mediterranee (ma non solo) che ho conosciuto qui.

La sensualità ti piace? Non la volgarità o il mercato della carne, che si trovano ovunque. Intendo, sei cosciente o meno della dimensione dello sguardo? Esiste in differenti gradualità, da nord a sud. Ma, da donna, non mi dire che non ti fa piacere ritrovarti negli sguardi degli uomini per strada, e che non sei lusingata dai loro complimenti (non quelli volgari).

Beh, qui non ci si guarda proprio. E non importa quanto attraente e/o sicura e contenta di te stessa tu sia. Prima di capire che qui funziona così e che non sei tu il problema, sarai assalita dal dubbio di essere diventata un cesso di colpo. Alcune la chiamano libertà e rispetto, e io sono d’accordo, ma penso anche che tra il troppo e il niente ci siano delle vie di mezzo che diano colore e sapore alla vita. In compenso però potrai andare in giro nuda per strada senza nessun problema. Sarai trasparente.

E hai presente in Italia quelli che ti vengono a “rompere” cercando di rimorchiarti, nei locali o altrove? Beh, ringraziali. Perché al nord gli unici uomini che troveranno il coraggio di avvicinarti sono quelli sull’orlo del coma etilico, e invece di rompere il ghiaccio con un complimento o al massimo una battuta, ti chiederanno direttamente se vuoi passare la notte da loro; sempre che li lascerai avvicinare, dato l’alito di alcool che si sente da mezzo metro. Ehh, per fortuna che esistono i mediterranei…!

Qui non c’è nulla nel mondo esterno che distragga. Estetica, sensualità, emozione. È ovvio che tutto funzioni meglio; perché tutto è funzionale. Cosa fare oltre a far funzionare le cose per garantirsi una protezione e un confort da un ambiente da sempre ostile? Un’artista – la mia insegnante di disegno – una volta mi ha detto di come i belgi abbiano “un coté plutôt depressif”, un lato che tende alla depressione. E di come di fatto gli affetti, la famiglia e le relazioni diventino essenziali per poter vivere qui.

In compenso qui avrete soldi, una bella casa, un welfare che funziona, e quindi quella serenità tanto difficile da trovare in Italia in questo momento.

L’equilibrio tra le priorità, però, resterà sempre qualcosa di personalissimo e variabile sulla linea della vita di ognuno. E dopo quattro anni e mezzo con i sensi ottusi e  il corpo anestetizzato dal grigiore, da “mutilata”, come mi sento, l’universo delle priorità è differente, e la motivazione a tornare si nutre anche della rabbia per la cecità di fronte alla nostra ricchezza.

PS: per i fans di Bruxelles: ho abbastanza materiale per scrivere un post anche sulle cose per cui Bruxelles può essere speciale 😉

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