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Archive for aprile 2013

La scia mediatica sui suicidi per ragioni economiche non si ferma. Oggi è stato il turno di una coppia di sessantenni e del fratello di lei.

Nella scelta di un gesto così estremo probabilmente ci sono ragioni talmente profonde e insondabili per cui ogni parola qui gettata rischia in sé di essere ridicola. Tuttavia i giornali continuano a scriverne (pur essendo stato dimostrato che i suicidi a “causa economica” non sono aumentati rispetto a qualche anno fa).

Io, nonostante la profonda pietà per queste persone, e il rispetto per la tragedia umana e sociale, non riesco ad accettare la passiva accettazione e il buonismo che trasuda da questi articoli. Ma allora chi vive/ha vissuto la guerra, cosa avrebbe dovuto fare? E ancora, è giusto avvalorare come atto di dignità il rifiuto dei servizi sociali? Ma secondo quali scale di valori?

Forse i valori di quella società individualista che ha dimostrato di non essere sostenibile, e in cui ogni individuo-ingranaggio è chiamato a sopravvivere sulla base delle sue proprie forze, in cui la povertà è giudicata una forma di fallimento personale e professionale, e il successo qualcosa di chiaramente quantificabile in termini economici o di prestigio sociale.

Ma il lavoro ora non c’è per tutti, e i trend ci dicono chiaramente che ce ne sarà sempre meno da qui a trent’anni. E pensare ad una società in cui ogni singolo riesca a farsi strada verso il “successo” solo grazie alla propria volontà e determinazione è irrealistico oltreché fuorviante, perché carica la persona di responsabilità circa una serie di circostanze che vanno in realtà ben oltre il suo raggio d’azione.

Allora forse è anche questo il problema: che dobbiamo renderci conto che rafforzare le maglie della solidarietà e dello scambio di risorse a livello sociale in questo momento è 1) necessario e improrogabile (perché la coperta è corta) 2) non è sinonimo di fallimento. E non mi sto riferendo necessariamente a modalità proprie del welfare assistenzialistico tipico del XX secolo, perché oggi la solidarietà, per ragioni di sostenibilità, dovrà passare per nuove soluzioni e flussi di circolazione delle risorse, completamente da inventarsi (mi riferisco per esempio alle esperienze di innovazione sociale).

Perché senza un ripensamento globale del ruolo e dei modi della solidarietà, quello che rischiamo di riaffermare è – e questi episodi ne sono espressione – una scala di valori in cui è quel tipo di successo (categoria tipica dell’era economica industriale e della società di massa basata sulla riduzione del valore della persona al suo status sociale/professionale) che determina la dignità personale; in cui è normale suicidarsi perché non si hanno soldi; in cui quasi è meglio suicidarsi che chiedere aiuto; in cui suicidarsi, in fondo, lascia integra la propria dignità (per dirlo con le parole del sindaco: “hanno preferito scomparire piuttosto che chiedere aiuto, dimostrando una dignitaà estrema nella tragedia: in altri luoghi la disperazione avrebbe portato a atti di criminalità”).

Ma stiamo scherzando? Qual è quindi a vera tragedia? Secondo me, sarebbe più corretto dire che questi suicidi sono sintomo e conseguenza di una profonda crisi sociale e culturale di cui le vittime non sono che l’ultimo anello, e non effetto diretto della crisi economica.

E sia ben inteso, questo articolo non prende di mira la scelta, o meglio, il dramma dei singoli, bensì il racconto che se ne fa e il modo di inquadrarlo nel sistema più ampio di valori.

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Ok, è una provocazione. E chiaramente una generalizzazione.

Ma lo noto da molto e la mia opinione è condivisa da altre persone che, con lo straniamento dato dalla distanza, seguono da lontano i battibecchi italiani, soprattutto politici, ma non solo. Come ripete sempre un mio caro ex collega italiano qui in Belgio, “…se gli italiani imparassero a discutere, avrebbero risolto la metà dei loro problemi”.

italiangestures

Ma cosa vuol dire che non sanno comunicare? Non siamo il popolo delle mani che si agitano e girano in mille modi, della lingua che “voi italiani quando parlate, è come se cantaste“, ecc?

Certo, siamo un popolo fortemente comunicativo, e sicuramente – meglio – espressivo; ma l’espressione non necessariamente si preoccupa di creare una dinamica costruttiva con l’altro né di raggiungerlo in maniera da creare “senso” per l’altro. L’espressione parte dal “sé” per costruire il “sé”, ovvero, può essere fine a se stessa.

E limitando la riflessione a quello che raramente vedo in televisione a Ballarò o a Servizio Pubblico (gli unici due programmi che guardo da qui), noto che la maggior parte degli italiani si esprimono. Si mettono letteralmente su un palcoscenico; c’è chi mette in scena veemenza e aggressività; chi passione e tragicità; chi inscena pantomime. Ognuno a suo modo e con gradi di egocentricità e narcisismo differente, dipendentemente dal carattere di ognuno. Come un’artista che crea per sé e per raggiungere sé e quello che ama, e a cui non importa raccogliere necessariamente il consenso altrui.

Ma se ego e narcisismo possono essere componenti sostanziali, e a volte fondamentali della creazione artistica, e se anche si possa parlare di arte della politica, la politica e l’arte restano due cose diverse e in politica, differentemente dall’arte, il dialogo e la considerazione dell’altro nei propri atti comunicativi è essenziale. Altrimenti si cade nella ben nota “autoreferenzialità” di cui si parla tanto.

Vi sono una serie di costanti, tra loro complementari che caratterizzano fortemente per me il modo di discutere italiano (ovviamente elenco quelle che colgo per contrasto rispetto a quello che vedo altrove).

– Due atteggiamenti complementari: quanto poco la gente ascolti; quanto poco la gente rifletta prima di parlare.

– Una ricerca di conflitto contenzioso che fa sì che tutto venga malinterpretato o sovrainterpretato ai propri fini. E anche quando non vi è contrasto di opinione, perché magari di fondo si sta tendendo allo stesso obiettivo, lo si crea distorcendo faziosamente il significato allo scopo di perpetuare il malinteso e marcare la distanza (e quindi la distinzione) dall’altro.

– Una ricerca di rivalsa (e questo lo vedo soprattutto nei commenti scritti su Internet). Si interviene per criticare e distruggere, e svuotarsi dalle frustrazioni personali. Io li chiamo “i rigurgiti di pancia“. Basta confrontare lo stile dei commenti agli articoli online tra una grande testata italiana e una francese per rendersi conto della differenza di tono ed intenzione, e notare una maggiore costruttività.

– A differenza di altri paesi occidentali, dove la distinzione tra identità professionale e personale è molto più forte, in ogni discussione ci si investe a titolo personale (e quindi, ci si scalda e ci si impermalosisce…), cosa che non aiuta l’analisi e l’argomentazione razionale.

– In definitiva, il processo è sempre più importante della sostanzasi discute per discutere e per dare spazio e affermare la propria presenza, esistenza, e posizione, e non per fare avanzare la discussione, e men che meno per raggiungere un accordo! Il messaggio dell’altro è spesso secondario, e dunque anche l’ascoltare.

– In tutto ciò, ovviamente, i turni di parola restano il più delle volte un vago concetto teorico.

Sarebbe più corretto dire, quindi, che gli italiani non sanno dialogare (dia; lógos) – e che, probabilmente se imparassero, l’Italia potrebbe ingranare direttamente la quarta, liberandosi di catene, melma e peso che la relegano in questo buco nero.

Il dialogo presuppone, oltre che la volontà di raggiungere l’interlocutore col nostro messaggio, la capacità di ascoltarlo, che non vuol dire lasciare che le onde sonore raggiungano i nostri padiglioni auricolari, ma sforzarsi di interpretare il messaggio secondo le intenzioni comunicative dell’altro; di immaginare il significato che l’altro sta dando alle parole nel suo mondo; di leggere gesti e figure di pensiero mettendosi nella pelle dell’interlocutore, senza anteporre i propri significati, pregiudizi ed ego al messaggio altrui.

E se da un lato è vero che non esiste uno scambio al riparo di malintesi e che la comunicazione pura è un ideale, dall’altro anni di vita in contesti internazionali insegnano che un sana disposizione all’ascolto e una comunicazione trasparente e al contempo critica e costruttiva sono possibili.

In contesti multiculturali e internazionali infatti, paradossalmente, quasi ci si capisce di più, perché tutti assumono alla base di poter stare fraintendendo l’altro, a causa di una non sufficiente padronanza della lingua di scambio o per differenza dei riferimenti culturali. Per cui il confronto diventa tutto un alternarsi di frasi come: “non so se ho capito bene quello che intendeva dire…”; “se interpreto bene il suo messaggio…”, ecc. Un’ottima palestra di umiltà, per ridimensionare l’ego e il narcisismo ed educare all’ascolto (ma perché non creano l’Erasmus dei politici?)

Ed è incredibile quanto risulti sempre faticoso invece comunicare in maniera diretta in Italia. La sensazione è di una costante dispersione del flusso comunicativo in volontari malintesi e strumentali travisamenti, con conseguente aggiunta di strati di significato non pertinenti. La reazione più comune che mi viene ascoltando conversazioni o leggendo i commenti degli utenti in internet a post e articoli è: “ma ha ascoltato quello che ha detto?”, “ma l’ha letto l’articolo prima di scrivere?”.

Va da sé che se la televisione in generale, ma anche il giornalismo, non continuasse a incentivare questa disfunzionalità a scopo di audience, forse questa continua incomprensione e circolarità per lo meno comincerebbe a non risultarci più così normale; e forse anche le capacità analitiche di molti migliorerebbero, e non avremmo il 47% di analfabetismo funzionale, come rilevato dall’OCSE…

P.S.: Questa riflessione me l’ha stimolata soprattutto l’articolo di Emanuele Ferragina riguardo questo suo intervento su Servizio Pubblico. Un’autocritica ammirevole per due motivi: uno perché è un auspicio e un riferimento a modelli diversi di comunicazione televisiva – non per niente la persona in questione vive in un contesto culturale molto diverso; due perché considerato il contesto e il tipo di interlocutori a cui ci si raffrontava, farsi un’autocritica oltre ad essere un atto di grande onestà intellettuale e umiltà, è quasi paradossale.  

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