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Archive for luglio 2013

Si dà il caso di una persona qualificata e competente, più o meno mia coetanea, mia conoscenza di lavoro, che lavora ininterrottamente in regione da almeno quattro/cinque anni, a progetto, con un agonico e striminzito contratto annuale che necessita annuale rinnovamento – sì perché si sa che la regione non apre i concorsi da quel dì.

Si dà il caso che mi venga segnalato un bando pubblico della mia esimia e distinta regione, un bel po’ pertinente al mio ambito di lavoro! Praticamente quello che facevo lassù al nord, ma a livello regionale. Beh, a dir la verità i requisiti sono alquanto restrittivi. Anzi, molto, molto restrittivi. Va beh. Ma esisterà il buon senso, no?

All’uscita dei risultati, qualche settimana dopo, con stupore vedo non solo che la persona che ha vinto è quella mia conoscenza di lavoro; ma che dei 6 candidati, solo a quella persona erano stati riconosciuti i requisiti minimi per poter essere valutato (ovviamente col massimo dei voti). Ora, non credo che gli altri abbiano spedito una candidatura col CV di paperino, e il mio di sicuro non lo era in quanto ad esperienza; risulta quindi un bel po’ strano che i restanti 5 candidati siano tutti stati considerati, non dico insufficienti o successivi in graduatoria, ma proprio non valutabili e pertinenti: “N.V.: mancanza dei requisiti di accesso previsti dal bando – titolo di studio ed esperienza professionale attinente”. Erano effettivamente molto restrittivi quei requisiti…

Non sono per l’eliminazione dei concorsi, in via di principio, perché pur nella manipolazione riescono (forse?) a garantire una certa quota di merito e pari opportunità. Ma d’altra parte, ha senso il sistematico aggiramento dell’obbligo del bando, con la creazione di requisiti contro ogni buon senso HR (in quanto immotivatamente restrittivi) e di conseguenza non soddisfacilbili?

Avrebbe senso invece superare questa anacronistica e ipocrita procedura dei bandi, laddove, come in questo caso, si parli di consulenze pluri-annualmente rinnovate e motivate da effettiva competenza del personale assunto?

E poi mi pare che tutto si riduca una guerra tra poveri: da una parte chi perde tempo (e i soldi della raccomandata :-)) pensando che esista una competizione; e dall’altra parte un precario lì da anni che ogni anno deve rinegoziare la sua posizione, il tutto per un mantenimento delle apparenze e l’incapacità di legittimare la sostanza delle cose.

Qual è la logica che sottende alla sopravvivenza di meccanismi così sfacciatamente superati e riconosciuti limitati? Dato che il bando pubblico non è certo garanzia di trasparenza, perché la pubblica amministrazione non deve essere in grado di fare contratti temporanei per competenze specifiche di cui ha bisogno?

(A chi potesse pensarmi ingenua, vorrei solo dire che questo post non nasce dal mio candido stupore di fronte alle logiche della terra natìa. Ma, al contrario, dalla deliberata e consapevole scelta di mantenere, nonostante la scontatezza, lo sguardo del marziano).

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Quando penso al concetto di gestione e percezione dello spazio pubblico la prima cosa che mi viene in mente non sono complicati concetti socio-politologici tipo “governance”, “empowerment”, “partecipazione”, “responsabilità condivisa”, “ownership”, ecc… Sono invece due semplici immagini.

La prima è quella di un vecchietto – con tipico cappello in feltro (stile “Borsalino” per intenderci) e completo di lana, sul marrone, che ripara una panchina o un qualche altro oggetto in luogo pubblico. Ne ho visti più di uno nella mia vita tra Ravenna e Bologna.

La seconda è più personale. Quando ero bambina, a casa di mia nonna, in uno di quei quartieri di case indipendenti spuntate negli anni ’50, vedevo sempre le vecchiette – rigorosamente col fazzoletto in testa – che spazzavano il marciapiede. Alcune più che altro davanti casa loro, altre spingendosi varie case più in là, lungo la via.

Oggi ho beccato mia nonna, 93 anni…

– Nonna, ma spazzi sempre il marciapiede?

– Quando vedo sporco, vado a pulire. Fa parte del tuo cortile. [Ma come fa parte del cortile…mi chiedo :)]

– Ma lo dovrebbe fare lo spazzino, perché lo fai te? [domanda volutamente provocatoria]

– Ma sì, passa anche lo spazzino, ma poi vede che è sempre pulito e allora non fa niente.

– Sì, ma allora, perché lo fai? – Ma perché lo fanno tutti; perché il mio deve essere sporco. Oggi c’erano tutte le foglie del glicine… Poi se uno non ha il tempo non discuto, ma se uno ha tempo…

Due immagini molto semplici, forse troppo, che mettono in scena una certa “conformazioneculturale molto precisa – che poi mi chiedo se sia basata più su un fattore generazionale, o culturalre-regionale. Ma la domanda che continuo a pormi è perché resta così difficile attivare o promuovere a livello sociale modificazioni comportamentali virtuose e di responsabilità sociale, dal momento che i meccanismi di psicologia sociale (in questo caso, per esempio l’emulazione, o la riprovazione sociale) alla base di certi comportamenti sono conosciuti così bene…

nonna che spazza

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