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Archive for the ‘Filtri emotivi’ Category

Ho rispolverato dopo tanti anni alcuni film neorealisti, e qualche giorno fa ho rivisto Roma città aperta. La natura diversa delle emozioni che ho provato a fronte della tragicità degli eventi narrati, mi ha generato una piccola riflessione sulla stimolazione di alcuni nostri meccanismi emotivi (e sulla maniera in cui generiamo e viviamo le nostre emozioni).

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Quello che mi ha colpito di più è stata la capacità, in quel tipo di film, di rendere il dettaglio fattuale di un episodio violento e di scandagliarne la profondità emotiva, pur senza, di fatto, mostrarla esplicitamente: meccanismi come l’ellissi, l’associazione, o il sottointeso, paradossalmente portano comunque lo spettatore a discernere molto distintamente la paura, l’amore, l’onore, la perdita, il dramma, e il dolore, anche fisico, vivendo le emozioni dall’interno.

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Lo spettatore riesce a immaginare nei minimi dettagli la vita interiore dei personaggi, l’excursus emotivo retrostante il fatto e il trascorso drammatico sui loro corpi, pure senza accedere visivamente ai particolari. Quindi di fatto questa (non)rappresentazione genera e nutre un atteggiamento e un moto naturale di empatia, riducendo la violenza, soprattutto di guerra, al nonsenso che è [1].

Questa estetica è completamente diversa da quella attuale predominante, dove la violenza, gratuita, è diventata progressivamente un fine in se stesso, con l’obiettivo di rifornire la nostra asettica società post-industriale (post-bellica, post-ideologica, post-familiare, ecc….), assetata di emozioni forti, con emozioni artificiali e artificiose; fino agli estremi di una vera e propria estetizzazione della violenza.

È una violenza che diventa lei stessa fonte dell’emozione, ma lo fa trasmettendo un asettico, poco qualificabile impeto emotivo, artificiale appunto, caratterizzato solo da intensità e non da qualità.

Questo tipo di rappresentazioni

provocano una sensazione di potente carico emotivo, dove però il sostrato umano che compone l’episodio – e quindi l’emozione vera, e l’empatia – rimane in realtà offuscato.

Il soggetto, il suo percorso, il dolore, raramente ci raggiungono. Il colore dell’emozione, così come la storia dell’essere umano, restano indistinguibili. Noi sentiamo (è l’obiettivo), ma non necessariamente dobbiamo disturbarci a sentire l’altro.

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L’estrema, metodica, chirurgica messa in scena della violenza delle rappresentazioni attuali e soprattutto dell’estetica hollywoodiana (sto pensando per esempio alla Passione di Cristo di Mel Gibson), lungi dal creare vicinanza, annulla la sensazione e la comprensione della violenza stessa, che resta un mero mezzo.

Si sa che viviamo in una società ovattata, sempre meno abituata a gestire la complessità e l’intensità delle emozioni reali, soprattutto quelle negative, ma che è alla ricerca incessante di emozioni forti; e che si basa dunque su un’economia delle emozioni fittizie per compensare il proprio vuoto emotivo.

Questo meccanismo portato all’estremo – ovvero applicato a persone dall’infima educazione emotiva e/o con problemi di esclusione sociale – può rendere conto di episodi di cronaca come questo? (link all’articolo); tanta è la “noia” e l’anestesia che si arriva ad uccidere per sentire qualcosa. Di fronte a queste cose arrivo a pensare (orribilmente) che per certe coscienze solo una cosa come la guerra possa essere in grado di ristabilire un senso di realtà, misura e presenza a se stessi. Un po’ semplicisticamente mi viene da dire che in realtà stiamo forse ancora troppo bene, e siamo ancora sufficientemente anestetizzati dalla nostra culla di benessere – seppure le mura di cinta del nostro impero si stiano sgretolando, e nemmeno tanto lentamente.

[1] Deleuze distingue non a caso tra violenza dell’immagine – in grado di scalfire il nostro sistema di credenze e incentivare la riflessione, l’interrogativo, il dubbio – e immagine della violenza, che ripropone letteralmente la violenza per quello che è, tramite immagini. La mia riflessione tuttavia non corrisponde perfettamente a questa opposizione, in quanto non parlo tanto dell’immagine della violenza di per sé, ma del suo uso estetico e strumentale…

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Scriveva Saviano pochi giorni fa, poco prima di riabbracciare la sua Napoli dopo sette anni:

“Mi manca Napoli. (…) È incredibile come tutto questo fastidio che diventa quasi fisico, come questa ingratitudine, non siano riusciti a mutare la sua bellezza e la voglia di tornare da lei. Di riabbracciarla. È come una compagna che ti ha infinitamente tradito, ma della quale non puoi non riconoscere la bellezza, le qualità umane, la tragica verità. Nonostante lei ti odi, tu ancora vedi tutto quanto ti ha dato quando siete stati felici, ancora riconosci quello che ti ha fatto innamorare di lei.”

Mi raccontava un amico pochi giorni fa, su Milano:

– La decisione di traslocare nella casa in cui sto adesso, piccola, scura, in cui non riesco a stare né dormire, è stato l’ultimo gradino della discesa e della disumanizzazione. Una di quelle cose che fai per dimostrarti che non potrà funzionare, per obbligarti a cambiare e a scappare da dove sei.

– Come quel colloquio che ho voluto che non andasse bene, perché non voglio rischiare di restare a Bruxelles?

– Esatto. Come in una relazione d’amore. Quando ti infliggi l’ultima, infima umiliazione, perché vuoi essere sicuro di marcare un punto di non ritorno.

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Mont des arts

Bruxelles?

Vista dagli occhi di un mio amico, Bruxelles è come quella donna che ti dà la quotidianità; da cui magari fantastichi anche spesso di scappare per dare brio alla vita, ma da cui alla fine torni sempre, perché ti  fa sentire a casa.

Per me Bruxelles invece è stato un matrimonio di interesse. Non c’è stata mai passione, nemmeno all’inizio. Nemmeno quando ci approdai da studentessa Erasmus per un anno, più di 10 anni fa. Lo avrei già dovuto capire allora, quando mi stupii del fatto che per la prima volta non avevo voglia di esplorare una città; di scoprire chi era.

E invece ho insistito, perché curiosa di stare là dove le cose succedono e volenterosa di mettermi alla prova; perché motivata dalla carriera, ma anche cullata da una vita confortable, comoda, accogliente, sicura, e anche interessante; e dalla possibilità di un futuro stabile, anche economicamente, con l’illusione e la speranza che l’amore, o almeno l’accettazione, sarebbero sopravvenute, grazie al rispetto reciproco. Perché in fondo so che ho bisogno di quella tranquillità e di quella sicurezza che questa città sa dare. La sua patina grigia e il cielo uggioso sono una calotta protettiva, che tempera gli animi.

Riuscire a giocare il gioco di un altro – o di chi semplicemente non sei più, perché col tempo sei cambiato – è un’illusoria messa in scena che prima o poi crolla. L’aria manca e il corpo grida in gabbia, mentre guardi gli altri per rassicurarti che se loro ce la fanno, ce la puoi fare anche tu. E allora bisogna fare un salto fuori dal cerchio, anche se poi ti mancherà, anche se le sei riconoscente.

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Marco. Incontrarti dopo 10 anni suona coma una canzone di Guccini, perché sa di fotogrammi di Bologna e di treno preso di corsa sfogliando orari su un consunto libretto cartaceo. Potrebbe essere Incontro (il nostro però non è stato triste), ma con alcuni fotogrammi di Eskimo. Anche se questa volta eravamo a Roma, per te ormai tua e naturale, per me così fuori contesto.

Ma la cosa più suggestiva è l’eco di quel mondo in cui piano piano ci si perdeva scomparendo nella linea della vita. Si perdevano i contatti, e ci si perdeva.

Ci siamo incontrati i primi giorni di università, ma dove precisamente? E ci siamo allontanati quando maneggiavo forse il mio primo cellulare, e fastweb di certo non era ancora approdato a Bologna. Non ci siamo mai scritti un’email. Con un cellulare perso, se ne andò anche il tuo numero di telefono. A ripetizione, negli anni, ho messo il tuo nome in Google, e poi nei social network, senza mai avvicinarmi a un indizio. Ti immaginavo di scegliere, un po’ testardo e un po’ snob, di restarne fuori; e infatti un po’ così è stato.

Nonostante l’ultimo miglio lo abbiamo percorso grazie a LinkedIn, sono abbastanza giovane da non avere mai dovuto colmare, tramite i social network, assenze così lunghe: non mi era mai capitato di rivedere riaffiorare dalla nebbia dei ricordi, dopo 10 anni, una persona importante, né riallacciarsi in modo così fluido a certi ritmi interni e quasi dimenticati.

Ecco, e poi tu mi fai venire in mente che “più diventi vecchio, più hai bisogno delle persone che conoscevi da giovane” (è un estratto del monologo finale de “The big Kahuna”, che peraltro non ho mai visto). O meglio, hai bisogno delle persone che possono rammentarti pezzi di te che testardamente trascuri, o fai finta di dimenticare…

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