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Archive for the ‘Innovazione e trasformazione’ Category

Sono stata cresciuta insegnandomi ad adattarmi e a far fronte a tutte le situazioni. La capacità di adattarsi e la flessibilità mi sono sempre state presentata come un valore, e sono sicura che lo siano. Sono quelle qualità che permettono di plasmarsi attorno al problema fino a non vederlo più, di assumere altre forme e superarlo, trasformarlo, farne addirittura un punto di forza.

Di sicuro aiutano a cavarsela superando una crisi o un momento di mutamento. Ti rendono inoltre capace di trovare da solo la soluzione migliore, senza stare troppo a chiedere o a contare sugli altri.

Rifletto però sul fatto che non sempre forse aiutano a vivere meglio, o a progredire. Io non mi sono mai accontentata. Eppure mi è sorta la paura di essere anche troppo adattabile: di essere così abituata a fare (solo) con ciò che ho a disposizione, che mi dimentico di ciò che voglio o che vorrei. Certo, aver cambiato 14 case in 16 anni non aiuta. E infatti ho in mente soprattutto tutto l’armamentario materiale attorno alle nostre vite, che però è quello che costituisce e delinea il nostro stile di vita e anche la nostra capacità di creare e fare, in una certa misura.

2014-09-02 17.30.37È questa involuzione? Nella sua lettura più negativa può essere una specie di sprofondamento nello status quo per cui si riesce a vivere con quello che si ha senza più ambire a meritare di più. Oppure, potrebbe essere solo l’estrema interiorizzazione del cambiamento continuo, che si propone come paura di investire nuovamente per poi dover smantellare. E la sensazione che l’investimento nel proprio entourage sia piuttosto uno spreco di energie. Credo sia semplicemente una delle varie facce e conseguenze della vita liquida. C’è chi, più giovane di me, non si porrà mai il problema, nemmeno alla mia età?

Non so, so solo che mi fa strano l’idea di avere una casa normale. Intendo, con delle COSE.

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Sentiamo ormai continuamente che le tecnologie, i social media e i social network stanno modificando il modo in cui pensiamoapprendiamo e memorizziamo, ci relazioniamo e socializziamo, percepiamo il mondo e gli oggetti che ci circondano, con dirette conseguenze anche su modelli produttivi, lavorativi o governativi.

Ma quali dimensioni specifiche e concrete della nostra identità e quotidianità subiscono i mutamenti più significativi? Voi sapreste dire in cosa siete cambiati negli ultimi dieci anni?

Dalla struttura delle reti neuronali del cervello alle relazioni di coppia, dalla creazione di carattere e identità, al futuro del lavoro e del contributo umano nei futuri sistemi produttivi, qualche mia riflessione in questo articolo pubblicato su StartupItalia. Ne riporto qui sotto alcuni pezzi:

 

“I nostri cinque sensi sono messi alla prova e portati all’estremo da esperienze di realtà aumentata, mentre i confini tra mondo online, offline, reale e virtuale si affievoliscono. In che cosa questo influenza la nostra vita?

La struttura delle reti neuronali e l’intensità dell’attività celebrale sono modificate dalla dimensione online: il dibattito è aperto sulla capacità del web di renderci più o meno intelligenti, come dimostrano le tesi (opposte o complementari?) di Howard Rheingold Nicholas Carr. Si tratta di capire come cambino le strutture cognitive – il modo in cui organizziamo la conoscenza – e le capacità cognitive, come concentrazione, attenzione, e apprendimento, nel far fronte al sovraccarico informativo; o come le modalità di memorizzazione si trasformino, passando da un modello incentrato sulla singola informazione e sull’erudizione a uno capace di registrare percorsi, canali, strutture e link.

Quale tipo di intelligenza e abilità di ragionamento vengono stimolate nel passaggio da un modello di comunicazione prettamente scritto e verbale (e quindi lineare) a uno organizzato per ipertesti e dove immagine e video si ritagliano sempre più spazio rispetto al testo?

Ci sono poi gli aspetti pragmatici del linguaggio, legati alla scelta della modalità di comunicazione (sincrona o asincrona, scritta o parlata) tra email, chat, sms, e video chiamate: una serie di scelte che giustifichiamo spesso in base al carattere e al gusto di ognuno, ma che in realtà influiscono in prima istanza sulla costruzione di identità e  competenze sociali. Le conversazioni in tempo reale diminuiscono a favore di modalità asincrone, che garantiscano il pieno controllo delle parole o la perfettibilità della nostra presenza online. Parallelamente, infatti, cresce sempre più l’importanza della reputazione online nella costruzione della nostra identità, e l’influenza dei network di appartenenza, per imitazione, sul nostro comportamento.

«Connettersi non vuol dire conversare, e si conosce una persona solo tramite la conversazione [in tempo reale]» – spiega la psicologa Sherry Turkle in un’affascinante TED Talk e nel suo libro “Alone together“, mettendo in luce le contraddizioni tra un “self” aumentato e in costante rete attiva di relazioni, e un crescente isolamento in termini di empatia o costruzione dell’intimità. Questo triplo movimento tra moltiplicazione delle possibilità, necessità di connessione, e paura dell’intimità, è anche alla base del best-seller di Zygmun Bauman, “Amore liquido“ che analizza la crescente fragilità dei legami affettivi nel contesto della società “liquida”, certamente più ampio di quello della tecnologia, ma strettamente connessovi.

E ancora, aspetti psicologici legati alla risposta emotiva quali lo stress per iper-sollecitazione, il senso di ansia legato al fatto di essere o meno connessi, o la capacità di coltivare motivazione e resilienza in un contesto che ci abitua alla gratificazione istantanea del “click”.

Se ci si sposta invece a livello macro-sociale, si nota come i valori tipici dei modelli organizzativi e di comunicazione online – collaborazione, trasparenza, informalità e organizzazione orizzontale, disintermediazione, interattività e partecipazione, flessibilità – stiano progressivamente entrando nella cultura operativa di ognuno, fino a influenzare le aspettative dei cittadini circa responsabilità e ruoli di governi o multinazionali, e quindi tutta struttura sociale e organizzativa (a proposito, si legga “MacroWikinomics”, di Don Tapscott).

Le ICT ci stanno inoltre spingendo a ripensare il ruolo dell’essere umano nei futuri sistemi produttivi e lavorativi, dove l’automatizzazione oltre al lavoro manuale sta investendo progressivamente anche le attività intellettuali, comprese quelle meno semplici e routinarie. Quali quindi le abilità e le qualità intellettive inimitabili su cui si baserà in futuro il contributo umano? Creatività, persuasione, ironia, capacità di gestire l’imprevisto? Interessante a riguardo questo articolo di Annamaria Testa, uno studio della Oxford Martin School sul futuro dell’impiego e il best seller di Richard Florida “The Rise of the Creative Class”.

E infine, come tutto ciò influirà sulla regolamentazione del comportamento online? Quali direzioni dovrà seguire il legislatore a riguardo? Si sa ad esempio che la nozione di privacy e di ciò che rientra o meno nella sfera del pubblico/privato è destinata a cambiare, come del resto ha sempre fatto, in maniera progressiva e importante, nella storia dell’umanità.

La capacità di analizzare e individuare chiaramente secondo quali logiche – o semplicemente dinamiche, dato che si parla in larga parte di identità, sentimenti, emozioni, risposte istintive – deve essere molto più di un esercizio intellettuale e di supporto. È infatti proprio tramite queste informazioni che capiremo per cosa, in che modo, e fino a che punto le ICT potranno esserci di reale e utile supporto, o come le norme dovranno essere ripensate, capaci di riconoscere quei cambiamenti che rientrano in processi umani e in un respiro temporale ben più ampio che un paio di decenni.

Un ultimo consiglio infine, questa volta nostrano: di Giuliano da Empoli, “Contro gli specialisti. La rivincita dell’umanesimo“, di cui è disponibile anche una recensione di Luca de Biase.”

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È da poco stato lanciato il nuovo programma quadro di finanziamento della Commissione europea, Horizon 2020, che ha monopolizzato le mie giornate negli ultimi tempi, anche dal punto di vista della scrittura.

Essendo interessata all’innovazione portata dalle ICT non solo in termini di servizi e tramite tecnologie abilitanti, ma soprattutto in termini di processovaloriorganizzazione sociale, e modelli di business, ecco qui un articolo, pubblicato su StartupItalia, che raccoglie le informazioni più strategiche per quanto riguarda i fondi europei per tutto ciò che è imprenditoria digitale e innovazione sociale.

È stato scritto qualche mese fa, quindi alcune informazioni sono datate; ma non lo è il quadro generale.

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Roma sta ospitando in questi giorni l’edizione europea della Maker Faire, dove si incontrano le idee di chi, tramite i nuovi processi e i nuovi materiali offerti dalla nuove tecnologie, racconta la voglia di produrre, (ri)creare e sperimentare sia nuovi prodotti che nuovi modelli di business. Protagonista assoluta della fiera è la stampante 3D. Era la prima volta che ne vedevo finalmente una (anzi, centinaia) in azione.

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Ma quindi vivremo in questo mondo di oggetti filamentosi, plasticosi e coloratoni?

La fiera era piena di bambini, chiaramente in visibilio. Guardandoli mi accorgevo di come, per loro, da quel preciso momento quella sarebbe stata la normalità. Per noi invece rappresenta l’ennesima rivoluzione di paradigma il cui impatto a livello pratico possiamo anche prevedere, ma che di fatto per me resta un po’ inafferrabile su tutta la dimensione più sensoriale e…ontologica.

La prima grande rivoluzione è ovviamente quella relativa alle filiere di produzione di massa, che lasceranno il posto a realizzazioni non solo “on demand“, ma anche individualizzate e personalizzate. Nella misura in cui questa tecnologia diverrà capillare (una stampante 3D in ogni casa, come fu per la televisione?), e dipendentemente dal tipo di oggetti che si potranno riprodurre, il futuro del mercato sarà molto differente. Contemporaneamente, la rosa di possibilità dell’esistente si moltiplicherà, se ognuno, secondo la propria fantasia ed esigenza del momento, potrà immaginaredare forma a un oggetto differente.

Ma è soprattutto un altro l’aspetto che ha attirato di più la mia attenzione, e ha a che vedere con la materia, e la pura essenza delle cose. Ho visto uscire dalle stampanti le imitazioni del legno, della pietra, del vetro. Ho visto materializzarsi un mondo personalizzato e su misura, ma anche, in un certo senso “snaturato“. Era il concetto stesso di materia a trasformarsi, là dove la sostanza della materia sembrava diventare secondaria a vantaggio delle sue caratteristiche: flessibilità, testura, luminosità, resistenza, trasparenza e, ovviamente, colore. In altre parole, si riproducono le caratteristiche della materia, ma non vi è più la materia stessa, vera…(una dissociazione che ricorda, mutatis mutandis, lo scollamento tra contenuto e supporto avvenuto con le ICT, alla fine dello scorso secolo, per i media…)

Niente materia da domare quindi, né scarti di materia. La materia nasce già domata, già altro da quello che rappresenta, come risultato e ricombinazione di altri materiali (derivati della plastica, o di origine vegetale, biodegradabili o idrosolubili…)

shoeInfine, l’altro grande cambiamento riguarda l’essenza del lavoro dell’artigiano. L’esposizione comprendeva una serie di attività attinenti più al mondo della produzione artigianale che a quello industriale e automatizzato. Per questo tipo di creazioni, non sarà più la mano dell’uomo l’intermediario tra la materia e l’oggetto; non sarà più la mano a plasmare, piegare, incastrare, assottigliare, tagliare, ma queste fasi della creazione saranno “incluse” nel design che la stampante implementerà. Certo, resterà sempre uno spazio per la fantasia e l’individualità nella rifinitura e nella decorazione, ma di fatto la creatività si sposterà sempre di più verso le fasi di progettazione astratta, scindendo il sodalizio secolare con la mano esperta.

Per tutti quei bambini, comunque, questi ragionamenti suoneranno tutti un po’ senza senso.

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Bambini impazziti con R2-D2 🙂

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La gente oggi sa vivere solo in società. Non in comunità. L’anima della società è la legge. L’anima della comunità è l’amore (Rossellini, 1963)

Ho appena avuto modo di vedere My voyage to Italy (1999), un documentario firmato Martin Scorsese, dove il regista americano, nipote di siciliani emigrati nei primi novecento, ci accompagna attraverso i luoghi della sua infanzia. I luoghi sono però film e fotografie; e il mondo a cui si riferisce, è quello del neorealismo. Purtroppo non sono sicura che in Internet si riesca ad accedere al documentario completo.

La forza del racconto sta tutto nella prospettiva di Scorsese che, soppesando con consapevolezza immedesimazione emotiva (in quanto discendente di emigrati) e distacco critico (da professionista e americano), riesce ad assicurare un solido ponte culturale tra le immagini e i ritmi narrativi del neorealismo, non sempre accessibili, e la possibile distanza culturale e/o generazionale dell’audience.

Si sa che l’opinione di chi, oltre al giusto distacco oggettivo, ci vuole anche bene, ha un certo valore aggiunto: di solito queste persone riescono insegnarci o a farci vedere cose di noi stessi, spesso positive, che o diamo per scontato, o ci restano del tutto invisibili. Scorsese riesce un po’ a fare questo, ed estrae una quintessenza caratteriale e umana che per gli italiani potrebbe essere in parte scontata:

If you ever had a doubt about the power of movies to effect change in the world, to interact with life in fortifying the soul, then study the example of neorealism. So what was neorealism? Was it a style? Was it a set of rules? Or more than anything else? It was a response to a terrible moment in Italy’s history.

When the war ended in 1945 the Italian film industry was a shamble. So Italian film-maker were sort of on their own, with very precious few resources and the nation of Italy itself needing to be reborn.

How would the film industry, which was in a state of complete disarray come to play such an important part in this rebirth? How did they come to represent an entire people desperate, to redefine themselves, after 20 years of fascism, and the devastation of war?

Desperate times, require desperate measures.

Ed è evidente quanto il neo-realismo vada ben oltre uno stile cinematografico o artistico, ma sia stato piuttosto un’attitudine mentale e una risposta creativa che nello specifico passa per una riappropriazione della realtà – intesa come concretezza, verità, e ridefinizione delle priorità, dopo 20 anni di mistificazioni e dissimulazioni. Difficile non azzardare confronti tra il clima economico, culturale e psicologico del dopo-guerra, e quello attuale.

I punti di risonanza che ho percepito più fortemente dalle parole di Scorsese, soprattutto rispetto a quelle che sono le tendenze dell’Italia di oggi, riguardano le dimensioni della rappresentazione della realtà; della consapevolezza e statura morale; della rappresentazione e definizione della propria identità di popolo, anche rispetto al mondo; della creatività, del metodo di lavoro e di risoluzione dei problemi. Riporto semplicemente le parole di Scorsese, suddividendole per temi:

Realtà e fantasia

It is amazing when I think now, that in same day I might have seen at the cinema a western – a perfect, easy, simple story; a fantasy – and once home, on TV, Paisà. Those places did not look like sets. In Paisà there was no fantasy. Nothing is artistically embellished or enhanced. Everything seems to be simply unfolding, as a life. These films were part of an explosion called “neorealism” that was shaking up how film goes all over the world. After neorealism, nothing would ever been the same again.

So neorealism was not just a question of making the best out of a bad situation, although there was that too. No sets? Use real location; no money to pay real actors? Use no actors. And since the people in the places would come right out of the landscape, so were their stories. Of course there were also sets and actors also in these films, but what is more importanti is that for the first time, illusion took a back seat to reality.

A neorealist had to communicate to the world all what that country had gone through. They needed to dissolve the barrier between documentary and fiction, and in the process, they prominently changed the rules of movie-making.

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Necessità morale e identità

A real neo-realist director did not just want to make these film. He had to make this pictures. Beyond anything else, neorealism came to exist out of a mourne and spiritual necessity.

Alltogether, these movies amounted to a prayer, at the rest of the world to look closely to the Italian people, and see their essential humanity. That’s why they had to be truthful.

Open city [Roma città aperta] became a world-wide success, a phenomenon. At the time, Life magazine wrote that that film helped Italy to regain the nobility that had lost under Mussolini. In a way, Open City became the new Italian embassador to the world.

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Metodo

Some critics and historian consider Paisà to be the purest form of neo-realism. Fellini – who was one of the assistant in Paisà – said that Rossellini did not want to be tight to his script. He was in search of something that he can only get by leaving himself open to every possibility.

E quindi? Cosa è successo alle menti degli italiani dopo questo momento di rinascita e innovazione, quando imparare (strada) facendo era possibile (non ti chiedevano 10 master), sbagliare era legittimo (“fail fast, succeed sooner”), e rischiare uno stile di vita?

E’ sicuramente emblematico che dopo aver visto Umberto D. (non a caso uno dei film che segnano la fine del neorealismo), l’allora ministro alla cultura, un tale Giulio Andreotti, pubblicò una lettera aperta nella quale dichiarava di opporsi al neorealismo, in quanto “i panni sporchi non andavano lavati in pubblico”, e invitava De Sica e i suoi colleghi registi a essere più ottimisti.

E così cominciò un’altra storia, condita da un sapiente dosaggio di buonismo, consumismo e terrorismo, e da una corsa spasmodica e ossessiva verso una vita sempre più divertente, rilucente e irreale, dove sbavature e scivoloni non erano ammessi, e che raggiunse il culmine della sua rappresentazione nelle reti Mediaset…

E quindi…to be continued!

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Qualche giorno fa ho partecipato all’evento WWWorkers, a Bologna. Due giorni di racconti da chi per esigenza, per noia, per sfida o per passione si è (ri)inventato una vita e un lavoro, utilizzando la rete.

Cuochi a domicilio, lezioni di cucina online, dog-sitters, e-commerce di agricoltura biologica, sostegno ad allevamenti e pastori tramite l’adozione a distanza di animali, giardinieri, servizi a tutto tondo dove una lavanderia integra servizi di ritocco abiti, riparazione scarpe, e personal dresser; e tanti altri modi per amplificare il raggio d’azione di artigiani tradizionali, dalle venditrici di gofri piemontese, all’imbianchino, al pavimentatore specializzato in pavimenti alla veneziana.

Vita nuova a vecchie professioni, quindi, ma non solo: queste attività infatti non sono una semplice “digitalizzazione” e messa online del vecchio mestiere e dei suoi clienti: i casi più interessanti sono infatti quelli in cui la professione viene reinventata, combinata con nuovi servizi e competenze, e si rivolge a una comunità target nuova e molto specifica.

Al di là comunque del fattore Internet e del valore economico e sociale (in primis, work-life balance) generato da queste attività – isole di dinamismo nell’immobilismo della crisi – è interessante analizzare soprattutto quello che rappresentano in termini di mutamento della struttura sociale e della tassonomia delle professioni in relazione soprattutto a concetti come “classe” e “status”.

L’era industriale ha esacerbato la forte dicotomia, già presente, tra professioni manuali e intellettuali, senza risparmiare nemmeno la secolare sapienza, esperienza e personalità della figura dell’artigiano, schiacciandolo irrimediabilmente in basso alla piramide sociale.

Salvo forse il caso dei chirurghi, nella società occidentale sapere intellettuale e saper-fare manuale raramente hanno trovato una sintesi in uno status e in una professione alla sommità della piramide. Inoltre, la percezione del lavoro manuale come “umile” non è stata appannaggio solo delle classi colte, ma è stata sempre introiettata dalla società nella sua interezza, tant’è che tradizionalmente l’emancipazione economica e sociale delle classi meno abbienti ha coinciso con l’accesso a una cultura che si potesse tramutare in professioni intellettuali, “da ufficio”.

Ovviamente, ciò ha prodotto negli ultimi decenni sia una saturazione del mercato per i settori intellettuali, che di fatto un importante impoverimento della base del saper-fare nelle società post-industriali.

Ora, fermo restando che studiare è un diritto e tutti devono potervi accedere fino al livello che ritengono giusto per il proprio sviluppo individuale, i tempi sono pronti per ripensare a professioni e competenze rompendo questo schema univoco “intellettuale-alto-colto” versus “manuale-basso-non colto”. Questo si tradurrà in una nuova “gerarchia” di professioni, in nuove esigenze di formazione scolastica, e in un ridisegnamento dei rapporti tra professione e status sociale – sempre che abbia ancora senso, nella geometria reticolare della società post-industriale e dell’informazione, rifarsi a concetti intrinsecamente verticali come “gerarchia” e “status”.

Insomma, complice la crisi, la saturazione del mercato del lavoro per certi settori e professioni, la disillusione, la “liquidità” degli schemi valoriali tradizionali di riferimento, e infine la combinazione differente di competenze necessarie per competere nel mondo globale e della rete, ci potremmo riappropriare della bellezza dei lavori manuali e artigianali, liberi da rigidi posizionamenti in una scala sociale. Ma soprattutto, è ora di riappropriarsi del potere conoscitivo delle mani umane e di quella dimensione del “fare” che di fatto è concettuale, nel momento in cui concerne la scoperta, la ripetizione migliorativa, la profondità. (si legga a proposito: Richard Sennett, L’uomo artigiano).

Il trend di professionisti e laureati che lasciano il loro ambito di studio/lavoro per recuperare lavori tradizionali – molto spesso manuali – e reinterpretarli in chiave nuova e senza viverla coma una discesa nella scala sociale, è del resto in espansione, cosa non scontata fino a solo una decina di anni fa.

Les Midinettes

Les Midinettes

Per finire con una storia: se pensate a una sarta, cosa vi viene in mente? La mia immagine mentale è quella di una donnina un po’ ricurva, sulla sessantina, e una gonna sotto al ginocchio, che presumibilmente ha fatto quel lavoro da quando era bambina, e con la quale di solito spendo giusto il tempo di spiegarle il lavoro, misurarmi i vestiti, e ritirarli.

Sto frequentando corsi di cucito da due ragazze, giovani, sotto i trenta. Una è stilista di formazione, l’altra ha studiato scienze politiche e cooperazione internazionale. Si erano stancate, rispettivamente, di lavorare sotto altri, e di cercare lavoro in continuazione e fare stage non/poco pagati.

Hanno dato vita a un cafè-couture, che combina atelier di sartoria, boutique di abbigliamento di stilisti scelti, e laboratorio; è possibile infatti seguire corsi di cucito di gruppo o individuali, noleggiare macchine da cucire per farsi i ritocchi da soli, o proporre progetti personalizzati e farsi seguire individualmente dalle ragazze.

Qui non c’entra la rete, è vero, ma è un ulteriore bell’esempio di quanto la società, le aspettative dei giovani, gli obiettivi, e la percezione sociale di alcune professioni – e dello status sociale a loro connesso – stia subendo una mutazione e un rimescolamento senza precedenti.

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They argue for a change in values, but still take most of the old assumptions about how the world work for granted. (…) Most world leaders – indeed, most leaders of business and government anywhere – harbor the same old tired set of assumptions about how to solve the world’s problems. And more often than not, they seem focused on tinkering with old models rather than moving to something new and viable”.

Un pezzo come altri in “Macrowikinomics”, di Tapscott e Williams, (libro che tutti i dirigenti dovrebbero leggere…) che mi ha portato nuovamente a riflettere sul problema che c’è in Italia col concetto di cambiamento.

Nello specifico, ho avuto il dispiacere di leggere commenti e articoli negli ultimi due mesi (dalle primarie del PD in poi) con problemi di logica e argomentazione tristemente preoccupanti e disarmanti.

Indipendentemente da mentalità, argomenti, priorità strategiche, approccio di governance proposti dai candidati (su cui l’opinione di ognuno e il dissenso sono legittimi), ho visto applicare proprietà transitive e pseudo-sillogismi aberranti che suonavano più o meno così:

“Berlusconi quando è sceso in campo rappresentava la novità; è stato votato proprio per questo e ora guardiamo dove siamo finiti”; Renzi si propone come novità; quindi Renzi sarà come Berlusconi”.

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Per quanto riguarda Grillo invece, è stato paragonato non solo a Berlusconi ma addirittura a Mussolini sulla base di analisi pseudo-comunicative volte a sottolineare  (solo) elementi come il culto della persona e il populismo delle sue arringhe alle folle. Sinceramente, ciò mi pare eccessivo e sempliciotto, e questo senza voler negare le criticità o i punti interrogativi sollevati dal movimento 5 stelle.

Per me la cosa grave di queste posizioni non è certo il disaccordo con gli individui specifici (legittimo); ma è che a fronte dei ragionamenti (se così si possano chiamare) riportati sopra, non ho sentito alcuna analisi o domanda intelligente riguardo al valore (o meno) del forte cambio di paradigma sotteso dalle idee dei personaggi di cui sopra, e questo indipendentemente da se ci piacciano o no: la politica energetica, le basi del patto cittadini-stato, la governance, il ruolo della rete, il significato di innovazione, il ruolo dell’intermediazione dei partiti o di destra e sinistra nel mondo del 2013…

Cioè, la dimensione intellettuale è completamente assente. Come se non ci fosse ancora alcuna consapevolezza o riflessione su quello che significa ‘cambiamento di paradigma’.

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