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Archive for the ‘La bella Italia’ Category

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La grande bellezza è un film a tante facce, che confonde in un gioco di specchi realtà, autenticità, cruda bellezza, e quell’illusione talmente perfetta da non poter essere più distinta, come tale, dalla bellezza pura.

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La prima cosa che ho pensato quando l’ho visto è che, oltre ovviamente alle differenze individuali, si sarebbe trattato di un film profondamente diverso a seconda di se a guardarlo si fosse trattato di romani, un italiani, italiani espatriati, stranieri. Un altro film.

Diffido delle capacità percettive di quelli a cui non è piaciuto…

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La gente oggi sa vivere solo in società. Non in comunità. L’anima della società è la legge. L’anima della comunità è l’amore (Rossellini, 1963)

Ho appena avuto modo di vedere My voyage to Italy (1999), un documentario firmato Martin Scorsese, dove il regista americano, nipote di siciliani emigrati nei primi novecento, ci accompagna attraverso i luoghi della sua infanzia. I luoghi sono però film e fotografie; e il mondo a cui si riferisce, è quello del neorealismo. Purtroppo non sono sicura che in Internet si riesca ad accedere al documentario completo.

La forza del racconto sta tutto nella prospettiva di Scorsese che, soppesando con consapevolezza immedesimazione emotiva (in quanto discendente di emigrati) e distacco critico (da professionista e americano), riesce ad assicurare un solido ponte culturale tra le immagini e i ritmi narrativi del neorealismo, non sempre accessibili, e la possibile distanza culturale e/o generazionale dell’audience.

Si sa che l’opinione di chi, oltre al giusto distacco oggettivo, ci vuole anche bene, ha un certo valore aggiunto: di solito queste persone riescono insegnarci o a farci vedere cose di noi stessi, spesso positive, che o diamo per scontato, o ci restano del tutto invisibili. Scorsese riesce un po’ a fare questo, ed estrae una quintessenza caratteriale e umana che per gli italiani potrebbe essere in parte scontata:

If you ever had a doubt about the power of movies to effect change in the world, to interact with life in fortifying the soul, then study the example of neorealism. So what was neorealism? Was it a style? Was it a set of rules? Or more than anything else? It was a response to a terrible moment in Italy’s history.

When the war ended in 1945 the Italian film industry was a shamble. So Italian film-maker were sort of on their own, with very precious few resources and the nation of Italy itself needing to be reborn.

How would the film industry, which was in a state of complete disarray come to play such an important part in this rebirth? How did they come to represent an entire people desperate, to redefine themselves, after 20 years of fascism, and the devastation of war?

Desperate times, require desperate measures.

Ed è evidente quanto il neo-realismo vada ben oltre uno stile cinematografico o artistico, ma sia stato piuttosto un’attitudine mentale e una risposta creativa che nello specifico passa per una riappropriazione della realtà – intesa come concretezza, verità, e ridefinizione delle priorità, dopo 20 anni di mistificazioni e dissimulazioni. Difficile non azzardare confronti tra il clima economico, culturale e psicologico del dopo-guerra, e quello attuale.

I punti di risonanza che ho percepito più fortemente dalle parole di Scorsese, soprattutto rispetto a quelle che sono le tendenze dell’Italia di oggi, riguardano le dimensioni della rappresentazione della realtà; della consapevolezza e statura morale; della rappresentazione e definizione della propria identità di popolo, anche rispetto al mondo; della creatività, del metodo di lavoro e di risoluzione dei problemi. Riporto semplicemente le parole di Scorsese, suddividendole per temi:

Realtà e fantasia

It is amazing when I think now, that in same day I might have seen at the cinema a western – a perfect, easy, simple story; a fantasy – and once home, on TV, Paisà. Those places did not look like sets. In Paisà there was no fantasy. Nothing is artistically embellished or enhanced. Everything seems to be simply unfolding, as a life. These films were part of an explosion called “neorealism” that was shaking up how film goes all over the world. After neorealism, nothing would ever been the same again.

So neorealism was not just a question of making the best out of a bad situation, although there was that too. No sets? Use real location; no money to pay real actors? Use no actors. And since the people in the places would come right out of the landscape, so were their stories. Of course there were also sets and actors also in these films, but what is more importanti is that for the first time, illusion took a back seat to reality.

A neorealist had to communicate to the world all what that country had gone through. They needed to dissolve the barrier between documentary and fiction, and in the process, they prominently changed the rules of movie-making.

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Necessità morale e identità

A real neo-realist director did not just want to make these film. He had to make this pictures. Beyond anything else, neorealism came to exist out of a mourne and spiritual necessity.

Alltogether, these movies amounted to a prayer, at the rest of the world to look closely to the Italian people, and see their essential humanity. That’s why they had to be truthful.

Open city [Roma città aperta] became a world-wide success, a phenomenon. At the time, Life magazine wrote that that film helped Italy to regain the nobility that had lost under Mussolini. In a way, Open City became the new Italian embassador to the world.

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Metodo

Some critics and historian consider Paisà to be the purest form of neo-realism. Fellini – who was one of the assistant in Paisà – said that Rossellini did not want to be tight to his script. He was in search of something that he can only get by leaving himself open to every possibility.

E quindi? Cosa è successo alle menti degli italiani dopo questo momento di rinascita e innovazione, quando imparare (strada) facendo era possibile (non ti chiedevano 10 master), sbagliare era legittimo (“fail fast, succeed sooner”), e rischiare uno stile di vita?

E’ sicuramente emblematico che dopo aver visto Umberto D. (non a caso uno dei film che segnano la fine del neorealismo), l’allora ministro alla cultura, un tale Giulio Andreotti, pubblicò una lettera aperta nella quale dichiarava di opporsi al neorealismo, in quanto “i panni sporchi non andavano lavati in pubblico”, e invitava De Sica e i suoi colleghi registi a essere più ottimisti.

E così cominciò un’altra storia, condita da un sapiente dosaggio di buonismo, consumismo e terrorismo, e da una corsa spasmodica e ossessiva verso una vita sempre più divertente, rilucente e irreale, dove sbavature e scivoloni non erano ammessi, e che raggiunse il culmine della sua rappresentazione nelle reti Mediaset…

E quindi…to be continued!

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Quando penso al concetto di gestione e percezione dello spazio pubblico la prima cosa che mi viene in mente non sono complicati concetti socio-politologici tipo “governance”, “empowerment”, “partecipazione”, “responsabilità condivisa”, “ownership”, ecc… Sono invece due semplici immagini.

La prima è quella di un vecchietto – con tipico cappello in feltro (stile “Borsalino” per intenderci) e completo di lana, sul marrone, che ripara una panchina o un qualche altro oggetto in luogo pubblico. Ne ho visti più di uno nella mia vita tra Ravenna e Bologna.

La seconda è più personale. Quando ero bambina, a casa di mia nonna, in uno di quei quartieri di case indipendenti spuntate negli anni ’50, vedevo sempre le vecchiette – rigorosamente col fazzoletto in testa – che spazzavano il marciapiede. Alcune più che altro davanti casa loro, altre spingendosi varie case più in là, lungo la via.

Oggi ho beccato mia nonna, 93 anni…

– Nonna, ma spazzi sempre il marciapiede?

– Quando vedo sporco, vado a pulire. Fa parte del tuo cortile. [Ma come fa parte del cortile…mi chiedo :)]

– Ma lo dovrebbe fare lo spazzino, perché lo fai te? [domanda volutamente provocatoria]

– Ma sì, passa anche lo spazzino, ma poi vede che è sempre pulito e allora non fa niente.

– Sì, ma allora, perché lo fai? – Ma perché lo fanno tutti; perché il mio deve essere sporco. Oggi c’erano tutte le foglie del glicine… Poi se uno non ha il tempo non discuto, ma se uno ha tempo…

Due immagini molto semplici, forse troppo, che mettono in scena una certa “conformazioneculturale molto precisa – che poi mi chiedo se sia basata più su un fattore generazionale, o culturalre-regionale. Ma la domanda che continuo a pormi è perché resta così difficile attivare o promuovere a livello sociale modificazioni comportamentali virtuose e di responsabilità sociale, dal momento che i meccanismi di psicologia sociale (in questo caso, per esempio l’emulazione, o la riprovazione sociale) alla base di certi comportamenti sono conosciuti così bene…

nonna che spazza

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Quando dico di voler rimpatriare, il feedback che ricevo più spesso è riassumibile in:Sei pazza? Restatene lì! Perché, non stai bene lì?!!”

L’estate scorsa – quando in pieno luglio indossavo il trench e un foulard non leggero – in facebook hanno postato la vignetta qui sotto, e il primo pensiero che ho avuto è stato: “ma che ne sai tu. Ma allora, perché non te ne parti, tu?

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O ancora: “Ma dai, non è poi così brutta Bruxelles. Io ci sono stato un weekend e non mi sembrava male. La Grand Place, poi, è molto bella”.

Questa è l’altra frase che ho sentito più di frequente, sempre da persone che sono state a Bruxelles solo di passaggio. Invocare la Grand Place a redenzione della bruttezza, è come dire di una persona sciatta e trasandata che, dai, però porta al dito un anello antico molto pregiato e bello. Questo fa forse di lei una persona armonica con cui vorresti condividere la tua vita?

Non vivo nel mondo dei sogni e so che l’Italia è faticosa, frustrante, deprimente, e che carica di rabbia e senso di impotenza. Ma allora mi rivolgo a te, persona per cui “l’estero” resta un concetto unico, sinonimo di “cool” e cuccagna: lo sai che cosa vuol dire andarsene e restare via anni? Ma soprattutto, lo sai quello di cui dispongono davvero gli italiani in Italia? No, non sempre lo sai.

Lo so che, come quasi tutti gli italiani, conosci e apprezzi quello di cui quotidianamente condisci la tua vita; perché lo cerchi e ti piace. Solo che non puoi immaginarti che altrove ciò non esista, o che si possa vivere facendone a meno. Perché quello che l’Italia ha, è per te qualcosa di tanto intangibile quanto il sapore dell’aria che respiri. Tanto necessario quanto scontato; incommensurabile, ma disponibile.

Ma devi sapere che quello che per te è quotidiano, per il resto del mondo è un extra; o un lusso; o nei casi più beceri, è considerato un insignificante superfluo senza valore aggiunto. Perché credo che se davvero gli italiani si rendessero conto della loro fortuna, non perderebbe tempo, in politica, a fare i capricci dell’asilo.

Sei in grado di immaginare cosa vuol dire non vedere il sole per più di venti giorni di fila? Non sto chiedendoti di dirmi se ti piacerebbe, ma se sei in grado di simulare l’effetto che grigio, freddo e pioggia, sempre, produrrebbero alla tua neurochimica – nonché alla natura attorno a te.

Immagina: gradualmente sottrai il calore. Poi diluisci sapori e colori. E infine, abbassa lo sguardoirrigidisci il movimento del corpo. E poi vivi, così. (E poi chiediti perché è ovvio che nei paesi del nord funzioni tutto…).

Sei grado di immaginare uno stupore o un senso di straniamento davanti allo schiarirsi di un cielo verso l’azzurro? E di renderti conto che i tuoi occhi non sono più abituati alla luce del sole? (Una volta guardai con un po’ di compassione quel mio collega finlandese che, un giorno d’estate, decise di non seguirci a mangiare in terrazza, perché in mancanza dei suoi occhiali da sole non sarebbe riuscito a sopportare il sole – belga poi. Con orrore, ora avverto sintomi simili…)

Ti piacciono le quattro stagioni? Il ciclo della natura che porta a rigenerarci in primavera ed estate? Qui ce ne sono solo due: autunno e inverno, e il tempo (cronologico) diventa come immobile.

Tu, che in Italia con 10 gradi ti metti il piumino, lo sai che qui la temperatura media estiva è di 15 gradi? E che a volte c’è chi accende il riscaldamento ad agosto? No, non abito nell’emisfero australe. Tu, donna, ti piace d’estate ritrovare il tuo corpo in un vestitino leggero, sbracciato e dai colori accesi? E ti piace il colore e l’odore della tua pelle abbronzata dal sole? Dimenticati il guardaroba estivo, e anche la tua pelle, perché la vedrai solo tra le mura di casa.

Ti piace il profumo della primavera e l’atmosfera delle serate estive, e la spiaggia? E il profumo del mare? Qui il mare è color petrolio stinto, e troppo freddo e ventoso per fare il bagno. Le feste e gli aperitivi in spiaggia non esistono.

Ti piacciono l’aria aperta, gli aperitivi in piazza, le terrazze estive dei ristoranti? Lo spazio esterno qui ha solo funzione di trasporto e connessione tra due punti. Gli incontri e la vita si svolgono negli interni.

Ti piace cucinare e scegliere con cura gli ingredienti di base? Sempre che tu li riesca a trovare questi ingredienti, qui certi piatti ti verranno sempre e comunque male. Ti piacciono le verdure? Ho sfidato mia madre, donna meridionale, a cucinare le zucchine qui. Anche a lei si sono decomposte, passando senza stadi intermedi dallo stato legnoso a quello spappolato.

Ti piace raccogliere il basilico direttamente dalla pianta che hai sulla finestra, o meglio ancora nel giardinetto degli odori? E fare quel bel sughetto coi pomodorini freschi? Scordatelo. Il basilico muore, e in padella, del pomodoro, ti resteranno solo le bucce.

E quando sei per strada e hai voglia di spizzicare qualcosa mentre passeggi, cosa mi dici di tigelle, piadine, focacce, pizze al taglio, supplì, arancini, panelle, stigghiole e sfincioni? Potrai sostituirli con kebab, gaufres o cartocci unti di patatine fritte nel lardo. E basta. E solo fino a mezzanotte. Se no ti devi sedere a un ristorante (e solo fino alle 22).

E l’architettura, la noti ancora nella tua città? Tu, che ogni volta che cammini per le strade del tuo paese o città – per Firenze, Bologna, Roma o Lecce – e forse dai per scontata questa immersione in luoghi dal valore storico e artistico, non sai che solo con lo sguardo stai traendo la tua energia dalla bellezza…E sono sicura che c’è almeno un angolo della tua città che ti ispira romanticismo, poesia ed emozioni; sapresti trovarmene uno (dico uno) a Bruxelles?

E ora, amiche femministe, non leggete male, ma cercate di cogliere la sfumatura e la gradualità che voglio trasmettere, perché ciò che sto per dire è forte dell’appoggio della maggior parte delle donne mediterranee (ma non solo) che ho conosciuto qui.

La sensualità ti piace? Non la volgarità o il mercato della carne, che si trovano ovunque. Intendo, sei cosciente o meno della dimensione dello sguardo? Esiste in differenti gradualità, da nord a sud. Ma, da donna, non mi dire che non ti fa piacere ritrovarti negli sguardi degli uomini per strada, e che non sei lusingata dai loro complimenti (non quelli volgari).

Beh, qui non ci si guarda proprio. E non importa quanto attraente e/o sicura e contenta di te stessa tu sia. Prima di capire che qui funziona così e che non sei tu il problema, sarai assalita dal dubbio di essere diventata un cesso di colpo. Alcune la chiamano libertà e rispetto, e io sono d’accordo, ma penso anche che tra il troppo e il niente ci siano delle vie di mezzo che diano colore e sapore alla vita. In compenso però potrai andare in giro nuda per strada senza nessun problema. Sarai trasparente.

E hai presente in Italia quelli che ti vengono a “rompere” cercando di rimorchiarti, nei locali o altrove? Beh, ringraziali. Perché al nord gli unici uomini che troveranno il coraggio di avvicinarti sono quelli sull’orlo del coma etilico, e invece di rompere il ghiaccio con un complimento o al massimo una battuta, ti chiederanno direttamente se vuoi passare la notte da loro; sempre che li lascerai avvicinare, dato l’alito di alcool che si sente da mezzo metro. Ehh, per fortuna che esistono i mediterranei…!

Qui non c’è nulla nel mondo esterno che distragga. Estetica, sensualità, emozione. È ovvio che tutto funzioni meglio; perché tutto è funzionale. Cosa fare oltre a far funzionare le cose per garantirsi una protezione e un confort da un ambiente da sempre ostile? Un’artista – la mia insegnante di disegno – una volta mi ha detto di come i belgi abbiano “un coté plutôt depressif”, un lato che tende alla depressione. E di come di fatto gli affetti, la famiglia e le relazioni diventino essenziali per poter vivere qui.

In compenso qui avrete soldi, una bella casa, un welfare che funziona, e quindi quella serenità tanto difficile da trovare in Italia in questo momento.

L’equilibrio tra le priorità, però, resterà sempre qualcosa di personalissimo e variabile sulla linea della vita di ognuno. E dopo quattro anni e mezzo con i sensi ottusi e  il corpo anestetizzato dal grigiore, da “mutilata”, come mi sento, l’universo delle priorità è differente, e la motivazione a tornare si nutre anche della rabbia per la cecità di fronte alla nostra ricchezza.

PS: per i fans di Bruxelles: ho abbastanza materiale per scrivere un post anche sulle cose per cui Bruxelles può essere speciale 😉

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