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Nuove vecchie professioni

Qualche giorno fa ho partecipato all’evento WWWorkers, a Bologna. Due giorni di racconti da chi per esigenza, per noia, per sfida o per passione si è (ri)inventato una vita e un lavoro, utilizzando la rete.

Cuochi a domicilio, lezioni di cucina online, dog-sitters, e-commerce di agricoltura biologica, sostegno ad allevamenti e pastori tramite l’adozione a distanza di animali, giardinieri, servizi a tutto tondo dove una lavanderia integra servizi di ritocco abiti, riparazione scarpe, e personal dresser; e tanti altri modi per amplificare il raggio d’azione di artigiani tradizionali, dalle venditrici di gofri piemontese, all’imbianchino, al pavimentatore specializzato in pavimenti alla veneziana.

Vita nuova a vecchie professioni, quindi, ma non solo: queste attività infatti non sono una semplice “digitalizzazione” e messa online del vecchio mestiere e dei suoi clienti: i casi più interessanti sono infatti quelli in cui la professione viene reinventata, combinata con nuovi servizi e competenze, e si rivolge a una comunità target nuova e molto specifica.

Al di là comunque del fattore Internet e del valore economico e sociale (in primis, work-life balance) generato da queste attività – isole di dinamismo nell’immobilismo della crisi – è interessante analizzare soprattutto quello che rappresentano in termini di mutamento della struttura sociale e della tassonomia delle professioni in relazione soprattutto a concetti come “classe” e “status”.

L’era industriale ha esacerbato la forte dicotomia, già presente, tra professioni manuali e intellettuali, senza risparmiare nemmeno la secolare sapienza, esperienza e personalità della figura dell’artigiano, schiacciandolo irrimediabilmente in basso alla piramide sociale.

Salvo forse il caso dei chirurghi, nella società occidentale sapere intellettuale e saper-fare manuale raramente hanno trovato una sintesi in uno status e in una professione alla sommità della piramide. Inoltre, la percezione del lavoro manuale come “umile” non è stata appannaggio solo delle classi colte, ma è stata sempre introiettata dalla società nella sua interezza, tant’è che tradizionalmente l’emancipazione economica e sociale delle classi meno abbienti ha coinciso con l’accesso a una cultura che si potesse tramutare in professioni intellettuali, “da ufficio”.

Ovviamente, ciò ha prodotto negli ultimi decenni sia una saturazione del mercato per i settori intellettuali, che di fatto un importante impoverimento della base del saper-fare nelle società post-industriali.

Ora, fermo restando che studiare è un diritto e tutti devono potervi accedere fino al livello che ritengono giusto per il proprio sviluppo individuale, i tempi sono pronti per ripensare a professioni e competenze rompendo questo schema univoco “intellettuale-alto-colto” versus “manuale-basso-non colto”. Questo si tradurrà in una nuova “gerarchia” di professioni, in nuove esigenze di formazione scolastica, e in un ridisegnamento dei rapporti tra professione e status sociale – sempre che abbia ancora senso, nella geometria reticolare della società post-industriale e dell’informazione, rifarsi a concetti intrinsecamente verticali come “gerarchia” e “status”.

Insomma, complice la crisi, la saturazione del mercato del lavoro per certi settori e professioni, la disillusione, la “liquidità” degli schemi valoriali tradizionali di riferimento, e infine la combinazione differente di competenze necessarie per competere nel mondo globale e della rete, ci potremmo riappropriare della bellezza dei lavori manuali e artigianali, liberi da rigidi posizionamenti in una scala sociale. Ma soprattutto, è ora di riappropriarsi del potere conoscitivo delle mani umane e di quella dimensione del “fare” che di fatto è concettuale, nel momento in cui concerne la scoperta, la ripetizione migliorativa, la profondità. (si legga a proposito: Richard Sennett, L’uomo artigiano).

Il trend di professionisti e laureati che lasciano il loro ambito di studio/lavoro per recuperare lavori tradizionali – molto spesso manuali – e reinterpretarli in chiave nuova e senza viverla coma una discesa nella scala sociale, è del resto in espansione, cosa non scontata fino a solo una decina di anni fa.

Les Midinettes

Les Midinettes

Per finire con una storia: se pensate a una sarta, cosa vi viene in mente? La mia immagine mentale è quella di una donnina un po’ ricurva, sulla sessantina, e una gonna sotto al ginocchio, che presumibilmente ha fatto quel lavoro da quando era bambina, e con la quale di solito spendo giusto il tempo di spiegarle il lavoro, misurarmi i vestiti, e ritirarli.

Sto frequentando corsi di cucito da due ragazze, giovani, sotto i trenta. Una è stilista di formazione, l’altra ha studiato scienze politiche e cooperazione internazionale. Si erano stancate, rispettivamente, di lavorare sotto altri, e di cercare lavoro in continuazione e fare stage non/poco pagati.

Hanno dato vita a un cafè-couture, che combina atelier di sartoria, boutique di abbigliamento di stilisti scelti, e laboratorio; è possibile infatti seguire corsi di cucito di gruppo o individuali, noleggiare macchine da cucire per farsi i ritocchi da soli, o proporre progetti personalizzati e farsi seguire individualmente dalle ragazze.

Qui non c’entra la rete, è vero, ma è un ulteriore bell’esempio di quanto la società, le aspettative dei giovani, gli obiettivi, e la percezione sociale di alcune professioni – e dello status sociale a loro connesso – stia subendo una mutazione e un rimescolamento senza precedenti.

Scriveva Saviano pochi giorni fa, poco prima di riabbracciare la sua Napoli dopo sette anni:

“Mi manca Napoli. (…) È incredibile come tutto questo fastidio che diventa quasi fisico, come questa ingratitudine, non siano riusciti a mutare la sua bellezza e la voglia di tornare da lei. Di riabbracciarla. È come una compagna che ti ha infinitamente tradito, ma della quale non puoi non riconoscere la bellezza, le qualità umane, la tragica verità. Nonostante lei ti odi, tu ancora vedi tutto quanto ti ha dato quando siete stati felici, ancora riconosci quello che ti ha fatto innamorare di lei.”

Mi raccontava un amico pochi giorni fa, su Milano:

– La decisione di traslocare nella casa in cui sto adesso, piccola, scura, in cui non riesco a stare né dormire, è stato l’ultimo gradino della discesa e della disumanizzazione. Una di quelle cose che fai per dimostrarti che non potrà funzionare, per obbligarti a cambiare e a scappare da dove sei.

– Come quel colloquio che ho voluto che non andasse bene, perché non voglio rischiare di restare a Bruxelles?

– Esatto. Come in una relazione d’amore. Quando ti infliggi l’ultima, infima umiliazione, perché vuoi essere sicuro di marcare un punto di non ritorno.

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Mont des arts

Bruxelles?

Vista dagli occhi di un mio amico, Bruxelles è come quella donna che ti dà la quotidianità; da cui magari fantastichi anche spesso di scappare per dare brio alla vita, ma da cui alla fine torni sempre, perché ti  fa sentire a casa.

Per me Bruxelles invece è stato un matrimonio di interesse. Non c’è stata mai passione, nemmeno all’inizio. Nemmeno quando ci approdai da studentessa Erasmus per un anno, più di 10 anni fa. Lo avrei già dovuto capire allora, quando mi stupii del fatto che per la prima volta non avevo voglia di esplorare una città; di scoprire chi era.

E invece ho insistito, perché curiosa di stare là dove le cose succedono e volenterosa di mettermi alla prova; perché motivata dalla carriera, ma anche cullata da una vita confortable, comoda, accogliente, sicura, e anche interessante; e dalla possibilità di un futuro stabile, anche economicamente, con l’illusione e la speranza che l’amore, o almeno l’accettazione, sarebbero sopravvenute, grazie al rispetto reciproco. Perché in fondo so che ho bisogno di quella tranquillità e di quella sicurezza che questa città sa dare. La sua patina grigia e il cielo uggioso sono una calotta protettiva, che tempera gli animi.

Riuscire a giocare il gioco di un altro – o di chi semplicemente non sei più, perché col tempo sei cambiato – è un’illusoria messa in scena che prima o poi crolla. L’aria manca e il corpo grida in gabbia, mentre guardi gli altri per rassicurarti che se loro ce la fanno, ce la puoi fare anche tu. E allora bisogna fare un salto fuori dal cerchio, anche se poi ti mancherà, anche se le sei riconoscente.

La scia mediatica sui suicidi per ragioni economiche non si ferma. Oggi è stato il turno di una coppia di sessantenni e del fratello di lei.

Nella scelta di un gesto così estremo probabilmente ci sono ragioni talmente profonde e insondabili per cui ogni parola qui gettata rischia in sé di essere ridicola. Tuttavia i giornali continuano a scriverne (pur essendo stato dimostrato che i suicidi a “causa economica” non sono aumentati rispetto a qualche anno fa).

Io, nonostante la profonda pietà per queste persone, e il rispetto per la tragedia umana e sociale, non riesco ad accettare la passiva accettazione e il buonismo che trasuda da questi articoli. Ma allora chi vive/ha vissuto la guerra, cosa avrebbe dovuto fare? E ancora, è giusto avvalorare come atto di dignità il rifiuto dei servizi sociali? Ma secondo quali scale di valori?

Forse i valori di quella società individualista che ha dimostrato di non essere sostenibile, e in cui ogni individuo-ingranaggio è chiamato a sopravvivere sulla base delle sue proprie forze, in cui la povertà è giudicata una forma di fallimento personale e professionale, e il successo qualcosa di chiaramente quantificabile in termini economici o di prestigio sociale.

Ma il lavoro ora non c’è per tutti, e i trend ci dicono chiaramente che ce ne sarà sempre meno da qui a trent’anni. E pensare ad una società in cui ogni singolo riesca a farsi strada verso il “successo” solo grazie alla propria volontà e determinazione è irrealistico oltreché fuorviante, perché carica la persona di responsabilità circa una serie di circostanze che vanno in realtà ben oltre il suo raggio d’azione.

Allora forse è anche questo il problema: che dobbiamo renderci conto che rafforzare le maglie della solidarietà e dello scambio di risorse a livello sociale in questo momento è 1) necessario e improrogabile (perché la coperta è corta) 2) non è sinonimo di fallimento. E non mi sto riferendo necessariamente a modalità proprie del welfare assistenzialistico tipico del XX secolo, perché oggi la solidarietà, per ragioni di sostenibilità, dovrà passare per nuove soluzioni e flussi di circolazione delle risorse, completamente da inventarsi (mi riferisco per esempio alle esperienze di innovazione sociale).

Perché senza un ripensamento globale del ruolo e dei modi della solidarietà, quello che rischiamo di riaffermare è – e questi episodi ne sono espressione – una scala di valori in cui è quel tipo di successo (categoria tipica dell’era economica industriale e della società di massa basata sulla riduzione del valore della persona al suo status sociale/professionale) che determina la dignità personale; in cui è normale suicidarsi perché non si hanno soldi; in cui quasi è meglio suicidarsi che chiedere aiuto; in cui suicidarsi, in fondo, lascia integra la propria dignità (per dirlo con le parole del sindaco: “hanno preferito scomparire piuttosto che chiedere aiuto, dimostrando una dignitaà estrema nella tragedia: in altri luoghi la disperazione avrebbe portato a atti di criminalità”).

Ma stiamo scherzando? Qual è quindi a vera tragedia? Secondo me, sarebbe più corretto dire che questi suicidi sono sintomo e conseguenza di una profonda crisi sociale e culturale di cui le vittime non sono che l’ultimo anello, e non effetto diretto della crisi economica.

E sia ben inteso, questo articolo non prende di mira la scelta, o meglio, il dramma dei singoli, bensì il racconto che se ne fa e il modo di inquadrarlo nel sistema più ampio di valori.

Ok, è una provocazione. E chiaramente una generalizzazione.

Ma lo noto da molto e la mia opinione è condivisa da altre persone che, con lo straniamento dato dalla distanza, seguono da lontano i battibecchi italiani, soprattutto politici, ma non solo. Come ripete sempre un mio caro ex collega italiano qui in Belgio, “…se gli italiani imparassero a discutere, avrebbero risolto la metà dei loro problemi”.

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Ma cosa vuol dire che non sanno comunicare? Non siamo il popolo delle mani che si agitano e girano in mille modi, della lingua che “voi italiani quando parlate, è come se cantaste“, ecc?

Certo, siamo un popolo fortemente comunicativo, e sicuramente – meglio – espressivo; ma l’espressione non necessariamente si preoccupa di creare una dinamica costruttiva con l’altro né di raggiungerlo in maniera da creare “senso” per l’altro. L’espressione parte dal “sé” per costruire il “sé”, ovvero, può essere fine a se stessa.

E limitando la riflessione a quello che raramente vedo in televisione a Ballarò o a Servizio Pubblico (gli unici due programmi che guardo da qui), noto che la maggior parte degli italiani si esprimono. Si mettono letteralmente su un palcoscenico; c’è chi mette in scena veemenza e aggressività; chi passione e tragicità; chi inscena pantomime. Ognuno a suo modo e con gradi di egocentricità e narcisismo differente, dipendentemente dal carattere di ognuno. Come un’artista che crea per sé e per raggiungere sé e quello che ama, e a cui non importa raccogliere necessariamente il consenso altrui.

Ma se ego e narcisismo possono essere componenti sostanziali, e a volte fondamentali della creazione artistica, e se anche si possa parlare di arte della politica, la politica e l’arte restano due cose diverse e in politica, differentemente dall’arte, il dialogo e la considerazione dell’altro nei propri atti comunicativi è essenziale. Altrimenti si cade nella ben nota “autoreferenzialità” di cui si parla tanto.

Vi sono una serie di costanti, tra loro complementari che caratterizzano fortemente per me il modo di discutere italiano (ovviamente elenco quelle che colgo per contrasto rispetto a quello che vedo altrove).

– Due atteggiamenti complementari: quanto poco la gente ascolti; quanto poco la gente rifletta prima di parlare.

– Una ricerca di conflitto contenzioso che fa sì che tutto venga malinterpretato o sovrainterpretato ai propri fini. E anche quando non vi è contrasto di opinione, perché magari di fondo si sta tendendo allo stesso obiettivo, lo si crea distorcendo faziosamente il significato allo scopo di perpetuare il malinteso e marcare la distanza (e quindi la distinzione) dall’altro.

– Una ricerca di rivalsa (e questo lo vedo soprattutto nei commenti scritti su Internet). Si interviene per criticare e distruggere, e svuotarsi dalle frustrazioni personali. Io li chiamo “i rigurgiti di pancia“. Basta confrontare lo stile dei commenti agli articoli online tra una grande testata italiana e una francese per rendersi conto della differenza di tono ed intenzione, e notare una maggiore costruttività.

– A differenza di altri paesi occidentali, dove la distinzione tra identità professionale e personale è molto più forte, in ogni discussione ci si investe a titolo personale (e quindi, ci si scalda e ci si impermalosisce…), cosa che non aiuta l’analisi e l’argomentazione razionale.

– In definitiva, il processo è sempre più importante della sostanzasi discute per discutere e per dare spazio e affermare la propria presenza, esistenza, e posizione, e non per fare avanzare la discussione, e men che meno per raggiungere un accordo! Il messaggio dell’altro è spesso secondario, e dunque anche l’ascoltare.

– In tutto ciò, ovviamente, i turni di parola restano il più delle volte un vago concetto teorico.

Sarebbe più corretto dire, quindi, che gli italiani non sanno dialogare (dia; lógos) – e che, probabilmente se imparassero, l’Italia potrebbe ingranare direttamente la quarta, liberandosi di catene, melma e peso che la relegano in questo buco nero.

Il dialogo presuppone, oltre che la volontà di raggiungere l’interlocutore col nostro messaggio, la capacità di ascoltarlo, che non vuol dire lasciare che le onde sonore raggiungano i nostri padiglioni auricolari, ma sforzarsi di interpretare il messaggio secondo le intenzioni comunicative dell’altro; di immaginare il significato che l’altro sta dando alle parole nel suo mondo; di leggere gesti e figure di pensiero mettendosi nella pelle dell’interlocutore, senza anteporre i propri significati, pregiudizi ed ego al messaggio altrui.

E se da un lato è vero che non esiste uno scambio al riparo di malintesi e che la comunicazione pura è un ideale, dall’altro anni di vita in contesti internazionali insegnano che un sana disposizione all’ascolto e una comunicazione trasparente e al contempo critica e costruttiva sono possibili.

In contesti multiculturali e internazionali infatti, paradossalmente, quasi ci si capisce di più, perché tutti assumono alla base di poter stare fraintendendo l’altro, a causa di una non sufficiente padronanza della lingua di scambio o per differenza dei riferimenti culturali. Per cui il confronto diventa tutto un alternarsi di frasi come: “non so se ho capito bene quello che intendeva dire…”; “se interpreto bene il suo messaggio…”, ecc. Un’ottima palestra di umiltà, per ridimensionare l’ego e il narcisismo ed educare all’ascolto (ma perché non creano l’Erasmus dei politici?)

Ed è incredibile quanto risulti sempre faticoso invece comunicare in maniera diretta in Italia. La sensazione è di una costante dispersione del flusso comunicativo in volontari malintesi e strumentali travisamenti, con conseguente aggiunta di strati di significato non pertinenti. La reazione più comune che mi viene ascoltando conversazioni o leggendo i commenti degli utenti in internet a post e articoli è: “ma ha ascoltato quello che ha detto?”, “ma l’ha letto l’articolo prima di scrivere?”.

Va da sé che se la televisione in generale, ma anche il giornalismo, non continuasse a incentivare questa disfunzionalità a scopo di audience, forse questa continua incomprensione e circolarità per lo meno comincerebbe a non risultarci più così normale; e forse anche le capacità analitiche di molti migliorerebbero, e non avremmo il 47% di analfabetismo funzionale, come rilevato dall’OCSE…

P.S.: Questa riflessione me l’ha stimolata soprattutto l’articolo di Emanuele Ferragina riguardo questo suo intervento su Servizio Pubblico. Un’autocritica ammirevole per due motivi: uno perché è un auspicio e un riferimento a modelli diversi di comunicazione televisiva – non per niente la persona in questione vive in un contesto culturale molto diverso; due perché considerato il contesto e il tipo di interlocutori a cui ci si raffrontava, farsi un’autocritica oltre ad essere un atto di grande onestà intellettuale e umiltà, è quasi paradossale.  

Il termine femminismo non mi è mai piaciuto del tutto, non so perché, ma forse perché come tutti gli “ismi” mi ha sempre dato l’idea di implicare una qualche preferenzialità, o perché ancora non riesco a non associarlo a certe modalità di manifestazione che non condivido e che considero troppo rigide. Ma al di là di disquisizioni linguistiche e del perché io abbia sviluppato questa sensazione (di cui per altro non vado necessariamente fiera) rispetto a questa parola, il linguaggio non è che una convenzione, e allora, di fatto, un termine vale l’altro. E quello che diventa importante è quindi capire cosa associare, oggi, a questa parola.

Di tutte le barriere che di fatto ancora impediscono alle donne di raggiungere una reale parità nelle opportunità e nella relazione col mondo maschile, una delle più insidiose, in quanto tra le più dissimulate, mi pare essere ancora il rischio di interpretare la parità secondo una serie di escamotages d’apparenza, e non nella sua sostanza; laddove la sostanza implica il rispetto delle caratteristiche intrinseche, e non l’applicazione abietta e ripetitiva di regole che ascrivono il comportamento in una matrice unica, sia essa tradizionalista, o progressista, o femminista.

Siamo ancora lontane dal riuscire a interpretare la parità nella sua dimensione di diversità e libertà. Sento forte il bisogno di liberarci (sia donne che uomini) ancora da categorie ed etichette; di poter andare in fondo alla femminilità ed esprimerla ritrovandone la sua essenza naturale, che possa essere una combinazione libera di tradizione e progresso, laddove gioco e seduzione, libertà e consapevolezza riescano a completarsi e ad intrecciarsi. La riflessione sulla sostanza della parità diventa quindi importante…

…per squarciare quel velo di falso progressismo che maschera l’oggettificazione del corpo femminile da liberazione sessuale (in televisione e sui giornali, in discoteca, per strada); e che fa passare la messa in scena di immaginari erotici di impronta maschile per una scelta consapevole e “liberata” al femminile;

…per superare quell’organizzazione del lavoro che è ancora specchio di un modello sociale e familiare patriarcale basato su una rigida divisione dei ruoli, e adeguarsi a ritmi e impegni di madri lavoratrici, o di padri che vogliano passare più tempo coi loro figli;

…per riappropriarci del nostro diritto a diventare – o a non diventare – madre, per scelta e consapevolezza della nostra femminilità, della nostra vocazione e secondo in nostri ritmi interni. E non sulla base di mistificazioni sociali che mortificano il senso della maternità, che ci persuadono che non c’è fretta e diventare madri per la prima volta dopo i 40 anni è una cosa perfettamente normale (di fatto minimizzando l’impatto della precarietà); o peggio, che cercano di convincerci che la maternità è una scelta e un’esperienza come un’altra (alla stregua dell’accettazione o meno un lavoro, per esempio) e quindi tranquillamente rinunciabile senza conseguenze. Perché non è paritaria una società in cui un bambino viene percepito come un lusso; e perché i mesi di maternità devono venire accolti  da un datore di lavoro non solo come una cosa normale, ma anche come un avvenimento felice che contribuisce alla completezza personale di una donna (se non alla sua efficienza professionale, come molte dimostrano molte donne!);

…per non dover più ridurre la discussione, in materia di aborto, ad una semplice questione etica, che porta a dividere di fatto le donne in “moraliste” o “liberate”, e affrontare invece la complessità di questa possibile esperienza tenendo conto della molteplicità di condizioni ed emozioni che la compongono e la determinano, riflettendo quindi sulle condizioni che mettono una donna nelle condizioni di scegliere liberamente (welfare, per esempio);

…per non osteggiare le nozioni di genere e identità sessuale fino al punto di appiattire, di fatto, quel gioco di ruoli e seduzione che rende speciale e complementare il rapporto tra un uomo e una donna.  Certo, far convivere questo con un’educazione delle bambine e dei bambini capace realmente di stimolare i loro gusti e personalità al riparo da archetipi e stereotipi, mi rendo conto, resta forse tra le sfide più grandi al momento (per esempio io non ho ancora un’opinione chiara riguardo alle esperienze scandinave degli “asili senza sesso“);

…per interpretare la lotta femminista come qualcosa di più di un retorico seno nudo in segno di protesta.

…per a trovare, nel nostro percorso professionale, quelli che sono i nostri metodi espositivi, le nostre associazioni di pensiero, il nostro linguaggio, il nostro stile, e anche il nostro abbigliamento, senza prendere per forza come punto di arrivo e riferimento la modalità maschile.

Quale sarebbe il riflesso su politiche e organizzazione sociale se alle tradizionali metodologie di valutazione dei progetti, per esempio, aggiungessimo altri tipi di indicatori, i nostri, basati sulle nostre differenti intuizioni, sensibilità e priorità? A questo proposito mi hanno colpito un paio di pensieri, entrambi scritti da uomini, che per me colgono bene alcune di queste sfumature da valorizzare e coltivare:

Se c’è qualcosa che va fatto fuori dall’ordinario e senza indugio, non perdere tempo con gli uomini; gli uomini lavorano secondo le regole e le leggi. Cerca le donne e i bambini. Loro lavorano secondo le circostanze (W. Faulkner)

L’intuizione di una donna è molto più vicina alla verità della certezza di un uomo.
(R. Kipling – non certo un femminista; ma ho deciso di fermarmi al messaggio che è arrivato a me).

L’interpretazione della diversità è un processo in fieri, fatto di confusioni, sovrapposizioni, contraddizioni e sperimentazioni, da cui nessuna è ancora esente, credo.  Tuttavia, una dimensione importante, nuova, si sta aggiungendo alla narrazione femminista e alle sfumature delle definizioni e delle lotte per la parità di diritti e opportunità: gli uomini (che in Italia sono scesi in piazza, per esempio per la manifestazione “Se non ora quando”).

La carica narrativa degli uomini a fianco delle loro compagne non necessita di troppe didascalie, e a questo proposito lascio parlare le immagini della campagnaThe uprising of women in the Arab world, dove centinaia di uomini e donne da tutto il mondo arabo (ma non solo) hanno inviato una loro foto con scritti i motivi della loro adesione alla protesta. In un contesto, come quello arabo, senza quasi nessuna specifica tradizione femminista, assistiamo a una nuova, allargata interpretazione del concetto, dove le voci di uomini e donne si alternano allo stesso livello. Non è che ci stanno superando?

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Jina & Hani from Syria: I’m with the uprising of women in the Arab world, because
She = He.

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Mustafa and Ahmad from Yemen: We are with the uprising of women in the Arab world because they are an inseparable part of us all.

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Ahmad from Lebanon: I’m with the uprising of women in the Arab world because without it, the uprising of the human in the world would remain an orphan.

Quando dico di voler rimpatriare, il feedback che ricevo più spesso è riassumibile in:Sei pazza? Restatene lì! Perché, non stai bene lì?!!”

L’estate scorsa – quando in pieno luglio indossavo il trench e un foulard non leggero – in facebook hanno postato la vignetta qui sotto, e il primo pensiero che ho avuto è stato: “ma che ne sai tu. Ma allora, perché non te ne parti, tu?

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O ancora: “Ma dai, non è poi così brutta Bruxelles. Io ci sono stato un weekend e non mi sembrava male. La Grand Place, poi, è molto bella”.

Questa è l’altra frase che ho sentito più di frequente, sempre da persone che sono state a Bruxelles solo di passaggio. Invocare la Grand Place a redenzione della bruttezza, è come dire di una persona sciatta e trasandata che, dai, però porta al dito un anello antico molto pregiato e bello. Questo fa forse di lei una persona armonica con cui vorresti condividere la tua vita?

Non vivo nel mondo dei sogni e so che l’Italia è faticosa, frustrante, deprimente, e che carica di rabbia e senso di impotenza. Ma allora mi rivolgo a te, persona per cui “l’estero” resta un concetto unico, sinonimo di “cool” e cuccagna: lo sai che cosa vuol dire andarsene e restare via anni? Ma soprattutto, lo sai quello di cui dispongono davvero gli italiani in Italia? No, non sempre lo sai.

Lo so che, come quasi tutti gli italiani, conosci e apprezzi quello di cui quotidianamente condisci la tua vita; perché lo cerchi e ti piace. Solo che non puoi immaginarti che altrove ciò non esista, o che si possa vivere facendone a meno. Perché quello che l’Italia ha, è per te qualcosa di tanto intangibile quanto il sapore dell’aria che respiri. Tanto necessario quanto scontato; incommensurabile, ma disponibile.

Ma devi sapere che quello che per te è quotidiano, per il resto del mondo è un extra; o un lusso; o nei casi più beceri, è considerato un insignificante superfluo senza valore aggiunto. Perché credo che se davvero gli italiani si rendessero conto della loro fortuna, non perderebbe tempo, in politica, a fare i capricci dell’asilo.

Sei in grado di immaginare cosa vuol dire non vedere il sole per più di venti giorni di fila? Non sto chiedendoti di dirmi se ti piacerebbe, ma se sei in grado di simulare l’effetto che grigio, freddo e pioggia, sempre, produrrebbero alla tua neurochimica – nonché alla natura attorno a te.

Immagina: gradualmente sottrai il calore. Poi diluisci sapori e colori. E infine, abbassa lo sguardoirrigidisci il movimento del corpo. E poi vivi, così. (E poi chiediti perché è ovvio che nei paesi del nord funzioni tutto…).

Sei grado di immaginare uno stupore o un senso di straniamento davanti allo schiarirsi di un cielo verso l’azzurro? E di renderti conto che i tuoi occhi non sono più abituati alla luce del sole? (Una volta guardai con un po’ di compassione quel mio collega finlandese che, un giorno d’estate, decise di non seguirci a mangiare in terrazza, perché in mancanza dei suoi occhiali da sole non sarebbe riuscito a sopportare il sole – belga poi. Con orrore, ora avverto sintomi simili…)

Ti piacciono le quattro stagioni? Il ciclo della natura che porta a rigenerarci in primavera ed estate? Qui ce ne sono solo due: autunno e inverno, e il tempo (cronologico) diventa come immobile.

Tu, che in Italia con 10 gradi ti metti il piumino, lo sai che qui la temperatura media estiva è di 15 gradi? E che a volte c’è chi accende il riscaldamento ad agosto? No, non abito nell’emisfero australe. Tu, donna, ti piace d’estate ritrovare il tuo corpo in un vestitino leggero, sbracciato e dai colori accesi? E ti piace il colore e l’odore della tua pelle abbronzata dal sole? Dimenticati il guardaroba estivo, e anche la tua pelle, perché la vedrai solo tra le mura di casa.

Ti piace il profumo della primavera e l’atmosfera delle serate estive, e la spiaggia? E il profumo del mare? Qui il mare è color petrolio stinto, e troppo freddo e ventoso per fare il bagno. Le feste e gli aperitivi in spiaggia non esistono.

Ti piacciono l’aria aperta, gli aperitivi in piazza, le terrazze estive dei ristoranti? Lo spazio esterno qui ha solo funzione di trasporto e connessione tra due punti. Gli incontri e la vita si svolgono negli interni.

Ti piace cucinare e scegliere con cura gli ingredienti di base? Sempre che tu li riesca a trovare questi ingredienti, qui certi piatti ti verranno sempre e comunque male. Ti piacciono le verdure? Ho sfidato mia madre, donna meridionale, a cucinare le zucchine qui. Anche a lei si sono decomposte, passando senza stadi intermedi dallo stato legnoso a quello spappolato.

Ti piace raccogliere il basilico direttamente dalla pianta che hai sulla finestra, o meglio ancora nel giardinetto degli odori? E fare quel bel sughetto coi pomodorini freschi? Scordatelo. Il basilico muore, e in padella, del pomodoro, ti resteranno solo le bucce.

E quando sei per strada e hai voglia di spizzicare qualcosa mentre passeggi, cosa mi dici di tigelle, piadine, focacce, pizze al taglio, supplì, arancini, panelle, stigghiole e sfincioni? Potrai sostituirli con kebab, gaufres o cartocci unti di patatine fritte nel lardo. E basta. E solo fino a mezzanotte. Se no ti devi sedere a un ristorante (e solo fino alle 22).

E l’architettura, la noti ancora nella tua città? Tu, che ogni volta che cammini per le strade del tuo paese o città – per Firenze, Bologna, Roma o Lecce – e forse dai per scontata questa immersione in luoghi dal valore storico e artistico, non sai che solo con lo sguardo stai traendo la tua energia dalla bellezza…E sono sicura che c’è almeno un angolo della tua città che ti ispira romanticismo, poesia ed emozioni; sapresti trovarmene uno (dico uno) a Bruxelles?

E ora, amiche femministe, non leggete male, ma cercate di cogliere la sfumatura e la gradualità che voglio trasmettere, perché ciò che sto per dire è forte dell’appoggio della maggior parte delle donne mediterranee (ma non solo) che ho conosciuto qui.

La sensualità ti piace? Non la volgarità o il mercato della carne, che si trovano ovunque. Intendo, sei cosciente o meno della dimensione dello sguardo? Esiste in differenti gradualità, da nord a sud. Ma, da donna, non mi dire che non ti fa piacere ritrovarti negli sguardi degli uomini per strada, e che non sei lusingata dai loro complimenti (non quelli volgari).

Beh, qui non ci si guarda proprio. E non importa quanto attraente e/o sicura e contenta di te stessa tu sia. Prima di capire che qui funziona così e che non sei tu il problema, sarai assalita dal dubbio di essere diventata un cesso di colpo. Alcune la chiamano libertà e rispetto, e io sono d’accordo, ma penso anche che tra il troppo e il niente ci siano delle vie di mezzo che diano colore e sapore alla vita. In compenso però potrai andare in giro nuda per strada senza nessun problema. Sarai trasparente.

E hai presente in Italia quelli che ti vengono a “rompere” cercando di rimorchiarti, nei locali o altrove? Beh, ringraziali. Perché al nord gli unici uomini che troveranno il coraggio di avvicinarti sono quelli sull’orlo del coma etilico, e invece di rompere il ghiaccio con un complimento o al massimo una battuta, ti chiederanno direttamente se vuoi passare la notte da loro; sempre che li lascerai avvicinare, dato l’alito di alcool che si sente da mezzo metro. Ehh, per fortuna che esistono i mediterranei…!

Qui non c’è nulla nel mondo esterno che distragga. Estetica, sensualità, emozione. È ovvio che tutto funzioni meglio; perché tutto è funzionale. Cosa fare oltre a far funzionare le cose per garantirsi una protezione e un confort da un ambiente da sempre ostile? Un’artista – la mia insegnante di disegno – una volta mi ha detto di come i belgi abbiano “un coté plutôt depressif”, un lato che tende alla depressione. E di come di fatto gli affetti, la famiglia e le relazioni diventino essenziali per poter vivere qui.

In compenso qui avrete soldi, una bella casa, un welfare che funziona, e quindi quella serenità tanto difficile da trovare in Italia in questo momento.

L’equilibrio tra le priorità, però, resterà sempre qualcosa di personalissimo e variabile sulla linea della vita di ognuno. E dopo quattro anni e mezzo con i sensi ottusi e  il corpo anestetizzato dal grigiore, da “mutilata”, come mi sento, l’universo delle priorità è differente, e la motivazione a tornare si nutre anche della rabbia per la cecità di fronte alla nostra ricchezza.

PS: per i fans di Bruxelles: ho abbastanza materiale per scrivere un post anche sulle cose per cui Bruxelles può essere speciale 😉

Femminismo controproducente

In occasione delle elezioni politiche italiane, le FEMEN hanno contestato Berlusconi veicolando i loro messaggi di protesta secondo la modalità che le caratterizza: scrivendoli sul seno nudo.

Certo che è un bel paradosso contestare qualcosa in topless (ovvero, attribuendo volontariamente un valore sovversivo  al seno nudo, facendolo veicolo di un messaggio di protesta), e poi, da femministe, pretendere che il corpo femminile sia considerato in modo neutro e non oggettivizzato, ovvero che un seno nudo sia considerato socialmente alla stregua di una mano nuda.

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Per non parlare del fatto che, nello specifico, quello che si contesta qui è anche la cultura maschilista (e ancor più nello specifico, di Berlusconi): è come dire: “ecco le tette che ti piacciono tanto. Ebbene sì, sono davvero qualcosa di accattivante (o sovversivo…), proprio come nel tuo mondo maschilista. Proprio per questo le ho scoperte.”

Di fatto secondo me, essendo da tempo passato il ’68 e non trovandoci in contesti dove il nudo è il nuovo che avanza e che debba essere conquistato (che so, al Vaticano o in Arabia Saudita – sempre che anche lì questa si possa considerare la maniera migliore di liberare la femminilità, cosa che non credo!) una protesta in questi termini finisce solo col rafforzare l’idea (sottendendola) che stare a seno nudo sia qualcosa di indecente –  a maggior ragione perché la protesta è basata sul calcolo che le forze dell’ordine interverranno per motivi di pubblica decenza. (In tutto ciò comunque, mi lascia ben perplessa anche la trovata del Vaticano, con tutto che sono atea; ma questa è un’altra storia).

Oltretutto, come un’amica mi fa notare, “Berlusconi sa benissimo che le donne le tette le hanno. Quello che fa fatica a pensare, è magari che abbiano anche un cervello”. Un altro, mi fa notare come questo codice avrebbe forse funzionato per protestare contro il mercato delle pellicce, ma non contro un vecchio porco che “sull’oggettificazione del corpo femminile ha costruito un impero di pecore”.

Comunque, alcuni uomini credo ringrazino e basta per la visione, senza capire davvero il senso di questa protesta (nemmeno io del resto capisco).

Mi dolgo del fatto che esistano donne che ancora pensano di promuovere la dignità e la parità in questo modo, di fatto sfruttando e facendo leva su quello stesso sistema di valori che pensano di contrastare.

P.S.:

[Questo articolo di Le Monde DiplomatiqueFemen partout, féminisme nulle part, analizza il fenomeno FEMEN in maniera articolata e al riparo da semplificazioni e facili ideologismi…e focalizzandosi in particolare sull’azione/reazione dei media. Una prospettiva che personalmente condivido totalmente – anche alla luce della mia esperienza con la società e la femminilità araba, che viene chiamata in causa soprattutto alla fine.]

Pur di non cambiare…?

They argue for a change in values, but still take most of the old assumptions about how the world work for granted. (…) Most world leaders – indeed, most leaders of business and government anywhere – harbor the same old tired set of assumptions about how to solve the world’s problems. And more often than not, they seem focused on tinkering with old models rather than moving to something new and viable”.

Un pezzo come altri in “Macrowikinomics”, di Tapscott e Williams, (libro che tutti i dirigenti dovrebbero leggere…) che mi ha portato nuovamente a riflettere sul problema che c’è in Italia col concetto di cambiamento.

Nello specifico, ho avuto il dispiacere di leggere commenti e articoli negli ultimi due mesi (dalle primarie del PD in poi) con problemi di logica e argomentazione tristemente preoccupanti e disarmanti.

Indipendentemente da mentalità, argomenti, priorità strategiche, approccio di governance proposti dai candidati (su cui l’opinione di ognuno e il dissenso sono legittimi), ho visto applicare proprietà transitive e pseudo-sillogismi aberranti che suonavano più o meno così:

“Berlusconi quando è sceso in campo rappresentava la novità; è stato votato proprio per questo e ora guardiamo dove siamo finiti”; Renzi si propone come novità; quindi Renzi sarà come Berlusconi”.

20070909-grillo

Per quanto riguarda Grillo invece, è stato paragonato non solo a Berlusconi ma addirittura a Mussolini sulla base di analisi pseudo-comunicative volte a sottolineare  (solo) elementi come il culto della persona e il populismo delle sue arringhe alle folle. Sinceramente, ciò mi pare eccessivo e sempliciotto, e questo senza voler negare le criticità o i punti interrogativi sollevati dal movimento 5 stelle.

Per me la cosa grave di queste posizioni non è certo il disaccordo con gli individui specifici (legittimo); ma è che a fronte dei ragionamenti (se così si possano chiamare) riportati sopra, non ho sentito alcuna analisi o domanda intelligente riguardo al valore (o meno) del forte cambio di paradigma sotteso dalle idee dei personaggi di cui sopra, e questo indipendentemente da se ci piacciano o no: la politica energetica, le basi del patto cittadini-stato, la governance, il ruolo della rete, il significato di innovazione, il ruolo dell’intermediazione dei partiti o di destra e sinistra nel mondo del 2013…

Cioè, la dimensione intellettuale è completamente assente. Come se non ci fosse ancora alcuna consapevolezza o riflessione su quello che significa ‘cambiamento di paradigma’.

Lo sguardo del marziano

Con lo sguardo ingenuo e attonito del marziano, o di chi da molto tempo si relaziona in una cultura del lavoro molto diversa,  colgo l’occasione per fissare le cose che mi lasciano interdetta mentre mi riavvicino cauta al mio paese, e comincio a ripetere quello che nei prossimi mesi credo diverrà il mio mantra quotidiano: “una vita (dignitosa) in Italia è possibile…” Ed è solo l’inizio…

Mi dico che continuare a giocare la parte dello straniero basito in patria non sarà facile, ma è importante. È importante mantenere questo sguardo e comportarsi come se l’alternativa fosse la propria normalità (ora lo è!), spiazzando con le domande chi ti si rivolge pensando di avere l’unica verità tasca. Ora, non sto scoprendo nessuna verità, ma voglio solo metterla per un momento allo specchio.

Cercare lavoro

all’estero

Nei siti specializzati gli annunci si rivolgono a professionisti di tutti i livelli (dallo stagista al manager) e in tutti i settori, inclusi testate giornalistiche, enti statali e para-statali, e organizzazioni internazionali come Nazioni Unite o le istituzioni europee. Quindi per cercare lavoro in una città, uno guarda gli annunci e manda il CV dove più gli interessa. I soldi non sono un tabù, e spesso la forbice relativa all’eventuale proposta economica è chiaramente indicata, perché elemento decisivo nella preselezione dei candidati secondo esperienza e talento.

in Italia

Nei siti specializzati gli annunci si rivolgono prettamente a ruoli tecnici o iper-specialistici (ingegneri, software developer, esperti di chimica industriale) o executive nel settore vendite o comunicazione, ovviamente solo nel mondo del privato. Tutto il resto affonda in un fitto mistero…e uno non sa nemmeno dove mandarlo il CV. Di soldi poi, per pudicizia, non si parla; in Italia, si lavora per passione!

I siti web di aziende ed enti

all’estero

Non solo sono tutti rigorosamente dotati di una sezione “jobs” in cui pubblicare – e aggiornare – le vacancies; ma la maggior parte delle volte riportano nome, responsabilità e indirizzo email dello staff. A volte anche la foto. Essere presenti, avere visibilità, è visto come un’opportunità.

in Italia

Se la sezione “jobs” resta un’utopia, quella contatti è appena abbozzata. Se va bene, si compone di un’email generica (“info”; “segreteria”) e poche o assenti indicazioni su chi contattare, management e responsabilità. Nei peggiori casi, si troverà un anonimo form o il numero di telefono di un centralino. Message in the bottle…

Telefonare per informazioni su un lavoro

all’estero

È perfettamente normale abbozzare una richiesta del genere: “buongiorno. Siccome sono interessata a quello che fate e credo di avere un profilo coerente, volevo sapere se ci sono o saranno in futuro opportunità, se il turnover del personale è alto, e nel caso, a chi si possa inviare il CV/con chi si possa parlare”. È sottointeso che così, in caso di risposta negativa, il candidato non perde tempo a inviare il CV. Al contempo, confermare la possibilità di opportunità future non è vissuto certo come un’insidia (dopotutto, ci saranno delle selezioni, no? Se non ti vogliono non ti selezionano); al contrario, ti ringraziano, perché hai dimostrato interesse nel loro business, e si sa che se le competenze si combinano con l’interesse, tu ti trasformi in un vantaggio competitivo per loro.

in Italia

La domanda di cui sopra genera nell’interlocutore un profondo imbarazzo, circa una verità imperscrutabile e insvelabile, come se gli fosse chiesto qualcosa di indiscreto e insidioso al tempo. Ingestibile. Balbettii. Voce secca e distratta: “mandi il CV all’indirizzo info, sul sito”. Alla sollecitazione su informazioni circa possibilità di allargamento future e livello di turnover del personale (cosa che peraltro avevo già verificato tramite altri canali), scatta il panico: “mi spiace ma su questo non posso dirle nulla”, come se si trattasse di un particolare strategico in grado di mettere a repentaglio la sicurezza delle proprie linee.

Scrivere un’email

all’estero

Tu scrivi. Loro ti rispondono

in Italia

Anche no.

Appellativi

all’estero

Nome e cognome. Dopo un paio di incontri, anche solo nome. Questo non mette in discussione il rispetto della gerarchia sul piano professionale, ma rappresenta l’assunzione del rispetto e della parità sul lato umano e personale.

in Italia

Sono tutti dottori e dottoresse. Non che riconoscere un titolo o un merito sia sbagliato. Ma spesso viene usato come vacuo spauracchio di potere fine a se stesso, e soprattutto – e questa è la cosa più importante – senza fare distinzione tra dimensione professionale e personale.

Chiedere un appuntamento

all’estero

Chiunque può proporre un incontro a chiunque, anche a direttori e direttori generali. L’indirizzo email è online, si scrive direttamente alla persona, ci si presenta e si chiede un appuntamento. Si riceve una risposta, anche direttamente dall’interessato, e in caso di disponibilità e reciproco interesse ci si accorda per una data. Imprevisti o annullamenti possono insorgere a ogni latitudine certo, ma prima si prende un impegno comune, interpretando l’incontro come un occasione di reciproco scambio e opportunità.

in Italia

Propostoti un incontro, ti si invita a comunicare le date di passaggio in una città per fissare col direttore – il tutto ovviamente indirettamente, tramite la segretaria. Nonostante ciò, non si fissa un giorno e un tempo in agenda. No. Si lascia tutto aperto, senza nemmeno una programmazione di massima. In caso di disponibilità, si fisserà qualche giorno prima, come se l’altro non avesse impegni di sorta e fosse sempre “a disposizione” – e soprattutto abitasse dietro l’angolo.

Perché è così che è visto il lavoratore in Italia. Una persona “a disposizione” e implicitamente ricattata, in un rapporto monodirezionale (io ti do lavoro) e gerarchico (io ho il potere, tu no).

Convinta che qualsiasi cambiamento normativo debba essere concepito in relazione al sostrato culturale in cui si innesta, e che qualsiasi virtuosa trovata super-sostenibile o super-competitiva di stampo nordico o anglosassone – quando impiantata nei suoli coloriti del mediterraneo – possa dar vita a imprevedibili teatri dell’assurdo, mi interrogo sulle variabili che possano davvero contribuire a promuovere competitività, meritocrazia e trasparenza nel mercato del lavoro italiano, nonché promuovere i giovani a posizioni di responsabilità.

E  mi chiedo, quale sarebbe davvero il peso specifico dei vari interventi legislativi, riforme dei contratti e misure di supporto ai giovani, a fronte di una cultura dei misteri e non basata sulla valorizzazione delle risorse?

Incontro

Marco. Incontrarti dopo 10 anni suona coma una canzone di Guccini, perché sa di fotogrammi di Bologna e di treno preso di corsa sfogliando orari su un consunto libretto cartaceo. Potrebbe essere Incontro (il nostro però non è stato triste), ma con alcuni fotogrammi di Eskimo. Anche se questa volta eravamo a Roma, per te ormai tua e naturale, per me così fuori contesto.

Ma la cosa più suggestiva è l’eco di quel mondo in cui piano piano ci si perdeva scomparendo nella linea della vita. Si perdevano i contatti, e ci si perdeva.

Ci siamo incontrati i primi giorni di università, ma dove precisamente? E ci siamo allontanati quando maneggiavo forse il mio primo cellulare, e fastweb di certo non era ancora approdato a Bologna. Non ci siamo mai scritti un’email. Con un cellulare perso, se ne andò anche il tuo numero di telefono. A ripetizione, negli anni, ho messo il tuo nome in Google, e poi nei social network, senza mai avvicinarmi a un indizio. Ti immaginavo di scegliere, un po’ testardo e un po’ snob, di restarne fuori; e infatti un po’ così è stato.

Nonostante l’ultimo miglio lo abbiamo percorso grazie a LinkedIn, sono abbastanza giovane da non avere mai dovuto colmare, tramite i social network, assenze così lunghe: non mi era mai capitato di rivedere riaffiorare dalla nebbia dei ricordi, dopo 10 anni, una persona importante, né riallacciarsi in modo così fluido a certi ritmi interni e quasi dimenticati.

Ecco, e poi tu mi fai venire in mente che “più diventi vecchio, più hai bisogno delle persone che conoscevi da giovane” (è un estratto del monologo finale de “The big Kahuna”, che peraltro non ho mai visto). O meglio, hai bisogno delle persone che possono rammentarti pezzi di te che testardamente trascuri, o fai finta di dimenticare…