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La gente oggi sa vivere solo in società. Non in comunità. L’anima della società è la legge. L’anima della comunità è l’amore (Rossellini, 1963)

Ho appena avuto modo di vedere My voyage to Italy (1999), un documentario firmato Martin Scorsese, dove il regista americano, nipote di siciliani emigrati nei primi novecento, ci accompagna attraverso i luoghi della sua infanzia. I luoghi sono però film e fotografie; e il mondo a cui si riferisce, è quello del neorealismo. Purtroppo non sono sicura che in Internet si riesca ad accedere al documentario completo.

La forza del racconto sta tutto nella prospettiva di Scorsese che, soppesando con consapevolezza immedesimazione emotiva (in quanto discendente di emigrati) e distacco critico (da professionista e americano), riesce ad assicurare un solido ponte culturale tra le immagini e i ritmi narrativi del neorealismo, non sempre accessibili, e la possibile distanza culturale e/o generazionale dell’audience.

Si sa che l’opinione di chi, oltre al giusto distacco oggettivo, ci vuole anche bene, ha un certo valore aggiunto: di solito queste persone riescono insegnarci o a farci vedere cose di noi stessi, spesso positive, che o diamo per scontato, o ci restano del tutto invisibili. Scorsese riesce un po’ a fare questo, ed estrae una quintessenza caratteriale e umana che per gli italiani potrebbe essere in parte scontata:

If you ever had a doubt about the power of movies to effect change in the world, to interact with life in fortifying the soul, then study the example of neorealism. So what was neorealism? Was it a style? Was it a set of rules? Or more than anything else? It was a response to a terrible moment in Italy’s history.

When the war ended in 1945 the Italian film industry was a shamble. So Italian film-maker were sort of on their own, with very precious few resources and the nation of Italy itself needing to be reborn.

How would the film industry, which was in a state of complete disarray come to play such an important part in this rebirth? How did they come to represent an entire people desperate, to redefine themselves, after 20 years of fascism, and the devastation of war?

Desperate times, require desperate measures.

Ed è evidente quanto il neo-realismo vada ben oltre uno stile cinematografico o artistico, ma sia stato piuttosto un’attitudine mentale e una risposta creativa che nello specifico passa per una riappropriazione della realtà – intesa come concretezza, verità, e ridefinizione delle priorità, dopo 20 anni di mistificazioni e dissimulazioni. Difficile non azzardare confronti tra il clima economico, culturale e psicologico del dopo-guerra, e quello attuale.

I punti di risonanza che ho percepito più fortemente dalle parole di Scorsese, soprattutto rispetto a quelle che sono le tendenze dell’Italia di oggi, riguardano le dimensioni della rappresentazione della realtà; della consapevolezza e statura morale; della rappresentazione e definizione della propria identità di popolo, anche rispetto al mondo; della creatività, del metodo di lavoro e di risoluzione dei problemi. Riporto semplicemente le parole di Scorsese, suddividendole per temi:

Realtà e fantasia

It is amazing when I think now, that in same day I might have seen at the cinema a western – a perfect, easy, simple story; a fantasy – and once home, on TV, Paisà. Those places did not look like sets. In Paisà there was no fantasy. Nothing is artistically embellished or enhanced. Everything seems to be simply unfolding, as a life. These films were part of an explosion called “neorealism” that was shaking up how film goes all over the world. After neorealism, nothing would ever been the same again.

So neorealism was not just a question of making the best out of a bad situation, although there was that too. No sets? Use real location; no money to pay real actors? Use no actors. And since the people in the places would come right out of the landscape, so were their stories. Of course there were also sets and actors also in these films, but what is more importanti is that for the first time, illusion took a back seat to reality.

A neorealist had to communicate to the world all what that country had gone through. They needed to dissolve the barrier between documentary and fiction, and in the process, they prominently changed the rules of movie-making.

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Necessità morale e identità

A real neo-realist director did not just want to make these film. He had to make this pictures. Beyond anything else, neorealism came to exist out of a mourne and spiritual necessity.

Alltogether, these movies amounted to a prayer, at the rest of the world to look closely to the Italian people, and see their essential humanity. That’s why they had to be truthful.

Open city [Roma città aperta] became a world-wide success, a phenomenon. At the time, Life magazine wrote that that film helped Italy to regain the nobility that had lost under Mussolini. In a way, Open City became the new Italian embassador to the world.

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Metodo

Some critics and historian consider Paisà to be the purest form of neo-realism. Fellini – who was one of the assistant in Paisà – said that Rossellini did not want to be tight to his script. He was in search of something that he can only get by leaving himself open to every possibility.

E quindi? Cosa è successo alle menti degli italiani dopo questo momento di rinascita e innovazione, quando imparare (strada) facendo era possibile (non ti chiedevano 10 master), sbagliare era legittimo (“fail fast, succeed sooner”), e rischiare uno stile di vita?

E’ sicuramente emblematico che dopo aver visto Umberto D. (non a caso uno dei film che segnano la fine del neorealismo), l’allora ministro alla cultura, un tale Giulio Andreotti, pubblicò una lettera aperta nella quale dichiarava di opporsi al neorealismo, in quanto “i panni sporchi non andavano lavati in pubblico”, e invitava De Sica e i suoi colleghi registi a essere più ottimisti.

E così cominciò un’altra storia, condita da un sapiente dosaggio di buonismo, consumismo e terrorismo, e da una corsa spasmodica e ossessiva verso una vita sempre più divertente, rilucente e irreale, dove sbavature e scivoloni non erano ammessi, e che raggiunse il culmine della sua rappresentazione nelle reti Mediaset…

E quindi…to be continued!

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Si dà il caso di una persona qualificata e competente, più o meno mia coetanea, mia conoscenza di lavoro, che lavora ininterrottamente in regione da almeno quattro/cinque anni, a progetto, con un agonico e striminzito contratto annuale che necessita annuale rinnovamento – sì perché si sa che la regione non apre i concorsi da quel dì.

Si dà il caso che mi venga segnalato un bando pubblico della mia esimia e distinta regione, un bel po’ pertinente al mio ambito di lavoro! Praticamente quello che facevo lassù al nord, ma a livello regionale. Beh, a dir la verità i requisiti sono alquanto restrittivi. Anzi, molto, molto restrittivi. Va beh. Ma esisterà il buon senso, no?

All’uscita dei risultati, qualche settimana dopo, con stupore vedo non solo che la persona che ha vinto è quella mia conoscenza di lavoro; ma che dei 6 candidati, solo a quella persona erano stati riconosciuti i requisiti minimi per poter essere valutato (ovviamente col massimo dei voti). Ora, non credo che gli altri abbiano spedito una candidatura col CV di paperino, e il mio di sicuro non lo era in quanto ad esperienza; risulta quindi un bel po’ strano che i restanti 5 candidati siano tutti stati considerati, non dico insufficienti o successivi in graduatoria, ma proprio non valutabili e pertinenti: “N.V.: mancanza dei requisiti di accesso previsti dal bando – titolo di studio ed esperienza professionale attinente”. Erano effettivamente molto restrittivi quei requisiti…

Non sono per l’eliminazione dei concorsi, in via di principio, perché pur nella manipolazione riescono (forse?) a garantire una certa quota di merito e pari opportunità. Ma d’altra parte, ha senso il sistematico aggiramento dell’obbligo del bando, con la creazione di requisiti contro ogni buon senso HR (in quanto immotivatamente restrittivi) e di conseguenza non soddisfacilbili?

Avrebbe senso invece superare questa anacronistica e ipocrita procedura dei bandi, laddove, come in questo caso, si parli di consulenze pluri-annualmente rinnovate e motivate da effettiva competenza del personale assunto?

E poi mi pare che tutto si riduca una guerra tra poveri: da una parte chi perde tempo (e i soldi della raccomandata :-)) pensando che esista una competizione; e dall’altra parte un precario lì da anni che ogni anno deve rinegoziare la sua posizione, il tutto per un mantenimento delle apparenze e l’incapacità di legittimare la sostanza delle cose.

Qual è la logica che sottende alla sopravvivenza di meccanismi così sfacciatamente superati e riconosciuti limitati? Dato che il bando pubblico non è certo garanzia di trasparenza, perché la pubblica amministrazione non deve essere in grado di fare contratti temporanei per competenze specifiche di cui ha bisogno?

(A chi potesse pensarmi ingenua, vorrei solo dire che questo post non nasce dal mio candido stupore di fronte alle logiche della terra natìa. Ma, al contrario, dalla deliberata e consapevole scelta di mantenere, nonostante la scontatezza, lo sguardo del marziano).

Quando penso al concetto di gestione e percezione dello spazio pubblico la prima cosa che mi viene in mente non sono complicati concetti socio-politologici tipo “governance”, “empowerment”, “partecipazione”, “responsabilità condivisa”, “ownership”, ecc… Sono invece due semplici immagini.

La prima è quella di un vecchietto – con tipico cappello in feltro (stile “Borsalino” per intenderci) e completo di lana, sul marrone, che ripara una panchina o un qualche altro oggetto in luogo pubblico. Ne ho visti più di uno nella mia vita tra Ravenna e Bologna.

La seconda è più personale. Quando ero bambina, a casa di mia nonna, in uno di quei quartieri di case indipendenti spuntate negli anni ’50, vedevo sempre le vecchiette – rigorosamente col fazzoletto in testa – che spazzavano il marciapiede. Alcune più che altro davanti casa loro, altre spingendosi varie case più in là, lungo la via.

Oggi ho beccato mia nonna, 93 anni…

– Nonna, ma spazzi sempre il marciapiede?

– Quando vedo sporco, vado a pulire. Fa parte del tuo cortile. [Ma come fa parte del cortile…mi chiedo :)]

– Ma lo dovrebbe fare lo spazzino, perché lo fai te? [domanda volutamente provocatoria]

– Ma sì, passa anche lo spazzino, ma poi vede che è sempre pulito e allora non fa niente.

– Sì, ma allora, perché lo fai? – Ma perché lo fanno tutti; perché il mio deve essere sporco. Oggi c’erano tutte le foglie del glicine… Poi se uno non ha il tempo non discuto, ma se uno ha tempo…

Due immagini molto semplici, forse troppo, che mettono in scena una certa “conformazioneculturale molto precisa – che poi mi chiedo se sia basata più su un fattore generazionale, o culturalre-regionale. Ma la domanda che continuo a pormi è perché resta così difficile attivare o promuovere a livello sociale modificazioni comportamentali virtuose e di responsabilità sociale, dal momento che i meccanismi di psicologia sociale (in questo caso, per esempio l’emulazione, o la riprovazione sociale) alla base di certi comportamenti sono conosciuti così bene…

nonna che spazza

Nuove vecchie professioni

Qualche giorno fa ho partecipato all’evento WWWorkers, a Bologna. Due giorni di racconti da chi per esigenza, per noia, per sfida o per passione si è (ri)inventato una vita e un lavoro, utilizzando la rete.

Cuochi a domicilio, lezioni di cucina online, dog-sitters, e-commerce di agricoltura biologica, sostegno ad allevamenti e pastori tramite l’adozione a distanza di animali, giardinieri, servizi a tutto tondo dove una lavanderia integra servizi di ritocco abiti, riparazione scarpe, e personal dresser; e tanti altri modi per amplificare il raggio d’azione di artigiani tradizionali, dalle venditrici di gofri piemontese, all’imbianchino, al pavimentatore specializzato in pavimenti alla veneziana.

Vita nuova a vecchie professioni, quindi, ma non solo: queste attività infatti non sono una semplice “digitalizzazione” e messa online del vecchio mestiere e dei suoi clienti: i casi più interessanti sono infatti quelli in cui la professione viene reinventata, combinata con nuovi servizi e competenze, e si rivolge a una comunità target nuova e molto specifica.

Al di là comunque del fattore Internet e del valore economico e sociale (in primis, work-life balance) generato da queste attività – isole di dinamismo nell’immobilismo della crisi – è interessante analizzare soprattutto quello che rappresentano in termini di mutamento della struttura sociale e della tassonomia delle professioni in relazione soprattutto a concetti come “classe” e “status”.

L’era industriale ha esacerbato la forte dicotomia, già presente, tra professioni manuali e intellettuali, senza risparmiare nemmeno la secolare sapienza, esperienza e personalità della figura dell’artigiano, schiacciandolo irrimediabilmente in basso alla piramide sociale.

Salvo forse il caso dei chirurghi, nella società occidentale sapere intellettuale e saper-fare manuale raramente hanno trovato una sintesi in uno status e in una professione alla sommità della piramide. Inoltre, la percezione del lavoro manuale come “umile” non è stata appannaggio solo delle classi colte, ma è stata sempre introiettata dalla società nella sua interezza, tant’è che tradizionalmente l’emancipazione economica e sociale delle classi meno abbienti ha coinciso con l’accesso a una cultura che si potesse tramutare in professioni intellettuali, “da ufficio”.

Ovviamente, ciò ha prodotto negli ultimi decenni sia una saturazione del mercato per i settori intellettuali, che di fatto un importante impoverimento della base del saper-fare nelle società post-industriali.

Ora, fermo restando che studiare è un diritto e tutti devono potervi accedere fino al livello che ritengono giusto per il proprio sviluppo individuale, i tempi sono pronti per ripensare a professioni e competenze rompendo questo schema univoco “intellettuale-alto-colto” versus “manuale-basso-non colto”. Questo si tradurrà in una nuova “gerarchia” di professioni, in nuove esigenze di formazione scolastica, e in un ridisegnamento dei rapporti tra professione e status sociale – sempre che abbia ancora senso, nella geometria reticolare della società post-industriale e dell’informazione, rifarsi a concetti intrinsecamente verticali come “gerarchia” e “status”.

Insomma, complice la crisi, la saturazione del mercato del lavoro per certi settori e professioni, la disillusione, la “liquidità” degli schemi valoriali tradizionali di riferimento, e infine la combinazione differente di competenze necessarie per competere nel mondo globale e della rete, ci potremmo riappropriare della bellezza dei lavori manuali e artigianali, liberi da rigidi posizionamenti in una scala sociale. Ma soprattutto, è ora di riappropriarsi del potere conoscitivo delle mani umane e di quella dimensione del “fare” che di fatto è concettuale, nel momento in cui concerne la scoperta, la ripetizione migliorativa, la profondità. (si legga a proposito: Richard Sennett, L’uomo artigiano).

Il trend di professionisti e laureati che lasciano il loro ambito di studio/lavoro per recuperare lavori tradizionali – molto spesso manuali – e reinterpretarli in chiave nuova e senza viverla coma una discesa nella scala sociale, è del resto in espansione, cosa non scontata fino a solo una decina di anni fa.

Les Midinettes

Les Midinettes

Per finire con una storia: se pensate a una sarta, cosa vi viene in mente? La mia immagine mentale è quella di una donnina un po’ ricurva, sulla sessantina, e una gonna sotto al ginocchio, che presumibilmente ha fatto quel lavoro da quando era bambina, e con la quale di solito spendo giusto il tempo di spiegarle il lavoro, misurarmi i vestiti, e ritirarli.

Sto frequentando corsi di cucito da due ragazze, giovani, sotto i trenta. Una è stilista di formazione, l’altra ha studiato scienze politiche e cooperazione internazionale. Si erano stancate, rispettivamente, di lavorare sotto altri, e di cercare lavoro in continuazione e fare stage non/poco pagati.

Hanno dato vita a un cafè-couture, che combina atelier di sartoria, boutique di abbigliamento di stilisti scelti, e laboratorio; è possibile infatti seguire corsi di cucito di gruppo o individuali, noleggiare macchine da cucire per farsi i ritocchi da soli, o proporre progetti personalizzati e farsi seguire individualmente dalle ragazze.

Qui non c’entra la rete, è vero, ma è un ulteriore bell’esempio di quanto la società, le aspettative dei giovani, gli obiettivi, e la percezione sociale di alcune professioni – e dello status sociale a loro connesso – stia subendo una mutazione e un rimescolamento senza precedenti.

Scriveva Saviano pochi giorni fa, poco prima di riabbracciare la sua Napoli dopo sette anni:

“Mi manca Napoli. (…) È incredibile come tutto questo fastidio che diventa quasi fisico, come questa ingratitudine, non siano riusciti a mutare la sua bellezza e la voglia di tornare da lei. Di riabbracciarla. È come una compagna che ti ha infinitamente tradito, ma della quale non puoi non riconoscere la bellezza, le qualità umane, la tragica verità. Nonostante lei ti odi, tu ancora vedi tutto quanto ti ha dato quando siete stati felici, ancora riconosci quello che ti ha fatto innamorare di lei.”

Mi raccontava un amico pochi giorni fa, su Milano:

– La decisione di traslocare nella casa in cui sto adesso, piccola, scura, in cui non riesco a stare né dormire, è stato l’ultimo gradino della discesa e della disumanizzazione. Una di quelle cose che fai per dimostrarti che non potrà funzionare, per obbligarti a cambiare e a scappare da dove sei.

– Come quel colloquio che ho voluto che non andasse bene, perché non voglio rischiare di restare a Bruxelles?

– Esatto. Come in una relazione d’amore. Quando ti infliggi l’ultima, infima umiliazione, perché vuoi essere sicuro di marcare un punto di non ritorno.

Immagine

Mont des arts

Bruxelles?

Vista dagli occhi di un mio amico, Bruxelles è come quella donna che ti dà la quotidianità; da cui magari fantastichi anche spesso di scappare per dare brio alla vita, ma da cui alla fine torni sempre, perché ti  fa sentire a casa.

Per me Bruxelles invece è stato un matrimonio di interesse. Non c’è stata mai passione, nemmeno all’inizio. Nemmeno quando ci approdai da studentessa Erasmus per un anno, più di 10 anni fa. Lo avrei già dovuto capire allora, quando mi stupii del fatto che per la prima volta non avevo voglia di esplorare una città; di scoprire chi era.

E invece ho insistito, perché curiosa di stare là dove le cose succedono e volenterosa di mettermi alla prova; perché motivata dalla carriera, ma anche cullata da una vita confortable, comoda, accogliente, sicura, e anche interessante; e dalla possibilità di un futuro stabile, anche economicamente, con l’illusione e la speranza che l’amore, o almeno l’accettazione, sarebbero sopravvenute, grazie al rispetto reciproco. Perché in fondo so che ho bisogno di quella tranquillità e di quella sicurezza che questa città sa dare. La sua patina grigia e il cielo uggioso sono una calotta protettiva, che tempera gli animi.

Riuscire a giocare il gioco di un altro – o di chi semplicemente non sei più, perché col tempo sei cambiato – è un’illusoria messa in scena che prima o poi crolla. L’aria manca e il corpo grida in gabbia, mentre guardi gli altri per rassicurarti che se loro ce la fanno, ce la puoi fare anche tu. E allora bisogna fare un salto fuori dal cerchio, anche se poi ti mancherà, anche se le sei riconoscente.

La scia mediatica sui suicidi per ragioni economiche non si ferma. Oggi è stato il turno di una coppia di sessantenni e del fratello di lei.

Nella scelta di un gesto così estremo probabilmente ci sono ragioni talmente profonde e insondabili per cui ogni parola qui gettata rischia in sé di essere ridicola. Tuttavia i giornali continuano a scriverne (pur essendo stato dimostrato che i suicidi a “causa economica” non sono aumentati rispetto a qualche anno fa).

Io, nonostante la profonda pietà per queste persone, e il rispetto per la tragedia umana e sociale, non riesco ad accettare la passiva accettazione e il buonismo che trasuda da questi articoli. Ma allora chi vive/ha vissuto la guerra, cosa avrebbe dovuto fare? E ancora, è giusto avvalorare come atto di dignità il rifiuto dei servizi sociali? Ma secondo quali scale di valori?

Forse i valori di quella società individualista che ha dimostrato di non essere sostenibile, e in cui ogni individuo-ingranaggio è chiamato a sopravvivere sulla base delle sue proprie forze, in cui la povertà è giudicata una forma di fallimento personale e professionale, e il successo qualcosa di chiaramente quantificabile in termini economici o di prestigio sociale.

Ma il lavoro ora non c’è per tutti, e i trend ci dicono chiaramente che ce ne sarà sempre meno da qui a trent’anni. E pensare ad una società in cui ogni singolo riesca a farsi strada verso il “successo” solo grazie alla propria volontà e determinazione è irrealistico oltreché fuorviante, perché carica la persona di responsabilità circa una serie di circostanze che vanno in realtà ben oltre il suo raggio d’azione.

Allora forse è anche questo il problema: che dobbiamo renderci conto che rafforzare le maglie della solidarietà e dello scambio di risorse a livello sociale in questo momento è 1) necessario e improrogabile (perché la coperta è corta) 2) non è sinonimo di fallimento. E non mi sto riferendo necessariamente a modalità proprie del welfare assistenzialistico tipico del XX secolo, perché oggi la solidarietà, per ragioni di sostenibilità, dovrà passare per nuove soluzioni e flussi di circolazione delle risorse, completamente da inventarsi (mi riferisco per esempio alle esperienze di innovazione sociale).

Perché senza un ripensamento globale del ruolo e dei modi della solidarietà, quello che rischiamo di riaffermare è – e questi episodi ne sono espressione – una scala di valori in cui è quel tipo di successo (categoria tipica dell’era economica industriale e della società di massa basata sulla riduzione del valore della persona al suo status sociale/professionale) che determina la dignità personale; in cui è normale suicidarsi perché non si hanno soldi; in cui quasi è meglio suicidarsi che chiedere aiuto; in cui suicidarsi, in fondo, lascia integra la propria dignità (per dirlo con le parole del sindaco: “hanno preferito scomparire piuttosto che chiedere aiuto, dimostrando una dignitaà estrema nella tragedia: in altri luoghi la disperazione avrebbe portato a atti di criminalità”).

Ma stiamo scherzando? Qual è quindi a vera tragedia? Secondo me, sarebbe più corretto dire che questi suicidi sono sintomo e conseguenza di una profonda crisi sociale e culturale di cui le vittime non sono che l’ultimo anello, e non effetto diretto della crisi economica.

E sia ben inteso, questo articolo non prende di mira la scelta, o meglio, il dramma dei singoli, bensì il racconto che se ne fa e il modo di inquadrarlo nel sistema più ampio di valori.

Ok, è una provocazione. E chiaramente una generalizzazione.

Ma lo noto da molto e la mia opinione è condivisa da altre persone che, con lo straniamento dato dalla distanza, seguono da lontano i battibecchi italiani, soprattutto politici, ma non solo. Come ripete sempre un mio caro ex collega italiano qui in Belgio, “…se gli italiani imparassero a discutere, avrebbero risolto la metà dei loro problemi”.

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Ma cosa vuol dire che non sanno comunicare? Non siamo il popolo delle mani che si agitano e girano in mille modi, della lingua che “voi italiani quando parlate, è come se cantaste“, ecc?

Certo, siamo un popolo fortemente comunicativo, e sicuramente – meglio – espressivo; ma l’espressione non necessariamente si preoccupa di creare una dinamica costruttiva con l’altro né di raggiungerlo in maniera da creare “senso” per l’altro. L’espressione parte dal “sé” per costruire il “sé”, ovvero, può essere fine a se stessa.

E limitando la riflessione a quello che raramente vedo in televisione a Ballarò o a Servizio Pubblico (gli unici due programmi che guardo da qui), noto che la maggior parte degli italiani si esprimono. Si mettono letteralmente su un palcoscenico; c’è chi mette in scena veemenza e aggressività; chi passione e tragicità; chi inscena pantomime. Ognuno a suo modo e con gradi di egocentricità e narcisismo differente, dipendentemente dal carattere di ognuno. Come un’artista che crea per sé e per raggiungere sé e quello che ama, e a cui non importa raccogliere necessariamente il consenso altrui.

Ma se ego e narcisismo possono essere componenti sostanziali, e a volte fondamentali della creazione artistica, e se anche si possa parlare di arte della politica, la politica e l’arte restano due cose diverse e in politica, differentemente dall’arte, il dialogo e la considerazione dell’altro nei propri atti comunicativi è essenziale. Altrimenti si cade nella ben nota “autoreferenzialità” di cui si parla tanto.

Vi sono una serie di costanti, tra loro complementari che caratterizzano fortemente per me il modo di discutere italiano (ovviamente elenco quelle che colgo per contrasto rispetto a quello che vedo altrove).

– Due atteggiamenti complementari: quanto poco la gente ascolti; quanto poco la gente rifletta prima di parlare.

– Una ricerca di conflitto contenzioso che fa sì che tutto venga malinterpretato o sovrainterpretato ai propri fini. E anche quando non vi è contrasto di opinione, perché magari di fondo si sta tendendo allo stesso obiettivo, lo si crea distorcendo faziosamente il significato allo scopo di perpetuare il malinteso e marcare la distanza (e quindi la distinzione) dall’altro.

– Una ricerca di rivalsa (e questo lo vedo soprattutto nei commenti scritti su Internet). Si interviene per criticare e distruggere, e svuotarsi dalle frustrazioni personali. Io li chiamo “i rigurgiti di pancia“. Basta confrontare lo stile dei commenti agli articoli online tra una grande testata italiana e una francese per rendersi conto della differenza di tono ed intenzione, e notare una maggiore costruttività.

– A differenza di altri paesi occidentali, dove la distinzione tra identità professionale e personale è molto più forte, in ogni discussione ci si investe a titolo personale (e quindi, ci si scalda e ci si impermalosisce…), cosa che non aiuta l’analisi e l’argomentazione razionale.

– In definitiva, il processo è sempre più importante della sostanzasi discute per discutere e per dare spazio e affermare la propria presenza, esistenza, e posizione, e non per fare avanzare la discussione, e men che meno per raggiungere un accordo! Il messaggio dell’altro è spesso secondario, e dunque anche l’ascoltare.

– In tutto ciò, ovviamente, i turni di parola restano il più delle volte un vago concetto teorico.

Sarebbe più corretto dire, quindi, che gli italiani non sanno dialogare (dia; lógos) – e che, probabilmente se imparassero, l’Italia potrebbe ingranare direttamente la quarta, liberandosi di catene, melma e peso che la relegano in questo buco nero.

Il dialogo presuppone, oltre che la volontà di raggiungere l’interlocutore col nostro messaggio, la capacità di ascoltarlo, che non vuol dire lasciare che le onde sonore raggiungano i nostri padiglioni auricolari, ma sforzarsi di interpretare il messaggio secondo le intenzioni comunicative dell’altro; di immaginare il significato che l’altro sta dando alle parole nel suo mondo; di leggere gesti e figure di pensiero mettendosi nella pelle dell’interlocutore, senza anteporre i propri significati, pregiudizi ed ego al messaggio altrui.

E se da un lato è vero che non esiste uno scambio al riparo di malintesi e che la comunicazione pura è un ideale, dall’altro anni di vita in contesti internazionali insegnano che un sana disposizione all’ascolto e una comunicazione trasparente e al contempo critica e costruttiva sono possibili.

In contesti multiculturali e internazionali infatti, paradossalmente, quasi ci si capisce di più, perché tutti assumono alla base di poter stare fraintendendo l’altro, a causa di una non sufficiente padronanza della lingua di scambio o per differenza dei riferimenti culturali. Per cui il confronto diventa tutto un alternarsi di frasi come: “non so se ho capito bene quello che intendeva dire…”; “se interpreto bene il suo messaggio…”, ecc. Un’ottima palestra di umiltà, per ridimensionare l’ego e il narcisismo ed educare all’ascolto (ma perché non creano l’Erasmus dei politici?)

Ed è incredibile quanto risulti sempre faticoso invece comunicare in maniera diretta in Italia. La sensazione è di una costante dispersione del flusso comunicativo in volontari malintesi e strumentali travisamenti, con conseguente aggiunta di strati di significato non pertinenti. La reazione più comune che mi viene ascoltando conversazioni o leggendo i commenti degli utenti in internet a post e articoli è: “ma ha ascoltato quello che ha detto?”, “ma l’ha letto l’articolo prima di scrivere?”.

Va da sé che se la televisione in generale, ma anche il giornalismo, non continuasse a incentivare questa disfunzionalità a scopo di audience, forse questa continua incomprensione e circolarità per lo meno comincerebbe a non risultarci più così normale; e forse anche le capacità analitiche di molti migliorerebbero, e non avremmo il 47% di analfabetismo funzionale, come rilevato dall’OCSE…

P.S.: Questa riflessione me l’ha stimolata soprattutto l’articolo di Emanuele Ferragina riguardo questo suo intervento su Servizio Pubblico. Un’autocritica ammirevole per due motivi: uno perché è un auspicio e un riferimento a modelli diversi di comunicazione televisiva – non per niente la persona in questione vive in un contesto culturale molto diverso; due perché considerato il contesto e il tipo di interlocutori a cui ci si raffrontava, farsi un’autocritica oltre ad essere un atto di grande onestà intellettuale e umiltà, è quasi paradossale.