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Posts Tagged ‘scala di valori’

La scia mediatica sui suicidi per ragioni economiche non si ferma. Oggi è stato il turno di una coppia di sessantenni e del fratello di lei.

Nella scelta di un gesto così estremo probabilmente ci sono ragioni talmente profonde e insondabili per cui ogni parola qui gettata rischia in sé di essere ridicola. Tuttavia i giornali continuano a scriverne (pur essendo stato dimostrato che i suicidi a “causa economica” non sono aumentati rispetto a qualche anno fa).

Io, nonostante la profonda pietà per queste persone, e il rispetto per la tragedia umana e sociale, non riesco ad accettare la passiva accettazione e il buonismo che trasuda da questi articoli. Ma allora chi vive/ha vissuto la guerra, cosa avrebbe dovuto fare? E ancora, è giusto avvalorare come atto di dignità il rifiuto dei servizi sociali? Ma secondo quali scale di valori?

Forse i valori di quella società individualista che ha dimostrato di non essere sostenibile, e in cui ogni individuo-ingranaggio è chiamato a sopravvivere sulla base delle sue proprie forze, in cui la povertà è giudicata una forma di fallimento personale e professionale, e il successo qualcosa di chiaramente quantificabile in termini economici o di prestigio sociale.

Ma il lavoro ora non c’è per tutti, e i trend ci dicono chiaramente che ce ne sarà sempre meno da qui a trent’anni. E pensare ad una società in cui ogni singolo riesca a farsi strada verso il “successo” solo grazie alla propria volontà e determinazione è irrealistico oltreché fuorviante, perché carica la persona di responsabilità circa una serie di circostanze che vanno in realtà ben oltre il suo raggio d’azione.

Allora forse è anche questo il problema: che dobbiamo renderci conto che rafforzare le maglie della solidarietà e dello scambio di risorse a livello sociale in questo momento è 1) necessario e improrogabile (perché la coperta è corta) 2) non è sinonimo di fallimento. E non mi sto riferendo necessariamente a modalità proprie del welfare assistenzialistico tipico del XX secolo, perché oggi la solidarietà, per ragioni di sostenibilità, dovrà passare per nuove soluzioni e flussi di circolazione delle risorse, completamente da inventarsi (mi riferisco per esempio alle esperienze di innovazione sociale).

Perché senza un ripensamento globale del ruolo e dei modi della solidarietà, quello che rischiamo di riaffermare è – e questi episodi ne sono espressione – una scala di valori in cui è quel tipo di successo (categoria tipica dell’era economica industriale e della società di massa basata sulla riduzione del valore della persona al suo status sociale/professionale) che determina la dignità personale; in cui è normale suicidarsi perché non si hanno soldi; in cui quasi è meglio suicidarsi che chiedere aiuto; in cui suicidarsi, in fondo, lascia integra la propria dignità (per dirlo con le parole del sindaco: “hanno preferito scomparire piuttosto che chiedere aiuto, dimostrando una dignitaà estrema nella tragedia: in altri luoghi la disperazione avrebbe portato a atti di criminalità”).

Ma stiamo scherzando? Qual è quindi a vera tragedia? Secondo me, sarebbe più corretto dire che questi suicidi sono sintomo e conseguenza di una profonda crisi sociale e culturale di cui le vittime non sono che l’ultimo anello, e non effetto diretto della crisi economica.

E sia ben inteso, questo articolo non prende di mira la scelta, o meglio, il dramma dei singoli, bensì il racconto che se ne fa e il modo di inquadrarlo nel sistema più ampio di valori.

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