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Posts Tagged ‘struttura sociale’

Qualche giorno fa ho partecipato all’evento WWWorkers, a Bologna. Due giorni di racconti da chi per esigenza, per noia, per sfida o per passione si è (ri)inventato una vita e un lavoro, utilizzando la rete.

Cuochi a domicilio, lezioni di cucina online, dog-sitters, e-commerce di agricoltura biologica, sostegno ad allevamenti e pastori tramite l’adozione a distanza di animali, giardinieri, servizi a tutto tondo dove una lavanderia integra servizi di ritocco abiti, riparazione scarpe, e personal dresser; e tanti altri modi per amplificare il raggio d’azione di artigiani tradizionali, dalle venditrici di gofri piemontese, all’imbianchino, al pavimentatore specializzato in pavimenti alla veneziana.

Vita nuova a vecchie professioni, quindi, ma non solo: queste attività infatti non sono una semplice “digitalizzazione” e messa online del vecchio mestiere e dei suoi clienti: i casi più interessanti sono infatti quelli in cui la professione viene reinventata, combinata con nuovi servizi e competenze, e si rivolge a una comunità target nuova e molto specifica.

Al di là comunque del fattore Internet e del valore economico e sociale (in primis, work-life balance) generato da queste attività – isole di dinamismo nell’immobilismo della crisi – è interessante analizzare soprattutto quello che rappresentano in termini di mutamento della struttura sociale e della tassonomia delle professioni in relazione soprattutto a concetti come “classe” e “status”.

L’era industriale ha esacerbato la forte dicotomia, già presente, tra professioni manuali e intellettuali, senza risparmiare nemmeno la secolare sapienza, esperienza e personalità della figura dell’artigiano, schiacciandolo irrimediabilmente in basso alla piramide sociale.

Salvo forse il caso dei chirurghi, nella società occidentale sapere intellettuale e saper-fare manuale raramente hanno trovato una sintesi in uno status e in una professione alla sommità della piramide. Inoltre, la percezione del lavoro manuale come “umile” non è stata appannaggio solo delle classi colte, ma è stata sempre introiettata dalla società nella sua interezza, tant’è che tradizionalmente l’emancipazione economica e sociale delle classi meno abbienti ha coinciso con l’accesso a una cultura che si potesse tramutare in professioni intellettuali, “da ufficio”.

Ovviamente, ciò ha prodotto negli ultimi decenni sia una saturazione del mercato per i settori intellettuali, che di fatto un importante impoverimento della base del saper-fare nelle società post-industriali.

Ora, fermo restando che studiare è un diritto e tutti devono potervi accedere fino al livello che ritengono giusto per il proprio sviluppo individuale, i tempi sono pronti per ripensare a professioni e competenze rompendo questo schema univoco “intellettuale-alto-colto” versus “manuale-basso-non colto”. Questo si tradurrà in una nuova “gerarchia” di professioni, in nuove esigenze di formazione scolastica, e in un ridisegnamento dei rapporti tra professione e status sociale – sempre che abbia ancora senso, nella geometria reticolare della società post-industriale e dell’informazione, rifarsi a concetti intrinsecamente verticali come “gerarchia” e “status”.

Insomma, complice la crisi, la saturazione del mercato del lavoro per certi settori e professioni, la disillusione, la “liquidità” degli schemi valoriali tradizionali di riferimento, e infine la combinazione differente di competenze necessarie per competere nel mondo globale e della rete, ci potremmo riappropriare della bellezza dei lavori manuali e artigianali, liberi da rigidi posizionamenti in una scala sociale. Ma soprattutto, è ora di riappropriarsi del potere conoscitivo delle mani umane e di quella dimensione del “fare” che di fatto è concettuale, nel momento in cui concerne la scoperta, la ripetizione migliorativa, la profondità. (si legga a proposito: Richard Sennett, L’uomo artigiano).

Il trend di professionisti e laureati che lasciano il loro ambito di studio/lavoro per recuperare lavori tradizionali – molto spesso manuali – e reinterpretarli in chiave nuova e senza viverla coma una discesa nella scala sociale, è del resto in espansione, cosa non scontata fino a solo una decina di anni fa.

Les Midinettes

Les Midinettes

Per finire con una storia: se pensate a una sarta, cosa vi viene in mente? La mia immagine mentale è quella di una donnina un po’ ricurva, sulla sessantina, e una gonna sotto al ginocchio, che presumibilmente ha fatto quel lavoro da quando era bambina, e con la quale di solito spendo giusto il tempo di spiegarle il lavoro, misurarmi i vestiti, e ritirarli.

Sto frequentando corsi di cucito da due ragazze, giovani, sotto i trenta. Una è stilista di formazione, l’altra ha studiato scienze politiche e cooperazione internazionale. Si erano stancate, rispettivamente, di lavorare sotto altri, e di cercare lavoro in continuazione e fare stage non/poco pagati.

Hanno dato vita a un cafè-couture, che combina atelier di sartoria, boutique di abbigliamento di stilisti scelti, e laboratorio; è possibile infatti seguire corsi di cucito di gruppo o individuali, noleggiare macchine da cucire per farsi i ritocchi da soli, o proporre progetti personalizzati e farsi seguire individualmente dalle ragazze.

Qui non c’entra la rete, è vero, ma è un ulteriore bell’esempio di quanto la società, le aspettative dei giovani, gli obiettivi, e la percezione sociale di alcune professioni – e dello status sociale a loro connesso – stia subendo una mutazione e un rimescolamento senza precedenti.

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